sabato 27 giugno 2026

Dio e gli animali: il dolore innocente

Tema da un lato antico come la religione stessa e dall'altro nuovo dato che fino a qualche secolo fa non era nemmeno considerato un problema teologico, almeno in occidente. Eppure, è per me uno dei più evidenti argomenti contro il Cristianesimo e in generale contro un Dio buono e onnipotente.

La domanda è estremamente semplice:

perché gli animali dovrebbero soffrire in un mondo teologicamente antropocentrico?

Prima di procedere è però necessario chiarire un fattore comune a Cristianesimo, Ebraismo e Islam (salvo correnti minoritarie che potrei non conoscere):

gli animali non sono contemplati nel percorso di salvezza.

A volte gli animali sono considerati dalla teologia ma sempre in maniera accessoria, mai al pari dell'umanità. 
A questo punto, un seguace di queste religioni potrebbe obiettare "ci mancherebbe altro! un animale non è uguale all'uomo, non è cosciente". Un filosofo potrebbe pure rincarare la dose "c'è una differenza ontologica (incolmabile) tra l'animale e l'uomo".
Questa potrebbe sembrare la risposta decisiva e invece, più che risolvere, apre la porta ad ulteriori domande:
  • Se gli animali non hanno coscienza, perché metterli al mondo dato che l'essere coscienti è un pre-requisito per poter avere un dialogo con Dio e poter essere contemplati dal percorso di salvezza religioso?
  • Un conto è non avere coscienza, un altro è non provare dolore psico-fisico. Posto che molti tipi di animali sono capaci di provare dolore (per quanto alcuni tentino ancora di negarlo), perché Dio avrebbe dovuto crearli o comunque, perché avrebbe dovuto permettere che provassero dolore?
  • Perché gli animali si devono mangiare tra di loro per vivere? Ovviamente non mi riferisco all'esigenza evolutiva e alla biologia ma al perché teleologico. In altre parole, qual è il fine spirituale di un mondo in cui per vivere ci si debba mangiare a vicenda?
  • Collegata alla domanda precedente, perché il mangiarsi a vicenda necessario per sopravvivere deve prevedere anche la violenza? Infatti, un conto è morire (smettere di esistere), un altro è morire provando dolore, un altro ancora è morire provando dolore causato da un altro essere vivente. P.s. Queste sono domande tendenzialmente scomode perché ci fanno riflettere su questioni che ormai diamo per assodate come le più naturali possibili ma dal momento che si presuppone un Dio creatore, buono e onnipotente è inevitabile ragionare compiendo un passo indietro e non considerare nulla come ovvio.
  • Non è che forse la religione mostra un limite che troppo spesso viene sottovalutato, ossia un antropocentrismo estremo che semplicemente si dimentica di un mondo naturale molto più vasto delle società umane?
Nel mio percorso spirituale mi sono confrontato con diversi credenti che hanno provato a condividere i loro timidi tentativi di rispondere a queste domande (timidi perché per secoli la teologia se n'è raramente occupata). Provo a riepilogarli di seguito, facendoli seguire dalle mie contro-argomentazioni:
  • All'inizio della Bibbia (Genesi), gli animali erano in perfetta comunione con l'umanità e non era nemmeno necessario che si dovessero mangiare a vicenda. A causa del peccato originale e della conseguente caduta dell'umanità dal paradiso terrestre, la morte ha cominciato a far parte del mondo. Risposta: posto che ovviamente uno creda a questa storia, perché mai gli animali avrebbero dovuto pagare per le colpe umane? In effetti, nell'antico testamento, Dio punisce spesso i figli per le colpe dei padri, il che colloca questa spiegazione all'interno della tradizione ma non la giustifica di certo. Inoltre, come accennato in precedenza, un conto è poter morire, ossia che la vita possa avere una fine, un altro è che per vivere si debba uccidere (alcuni animali strettamente carnivori sono obbligati a farlo). Quindi, se per Dio, la morte era inevitabile per il percorso di salvezza, perché ha però dovuto prevedere anche la violenza, almeno quella necessaria per mangiare e quindi continuare a vivere?
  • Gli animali sono creature comunque volute e amate da Dio ed è compito dell'uomo prendersene cura e rispettarli, operando come 'Custodi del Creato' (espressione che ho conosciuto tramite Papa Francesco e il monastero di Bose). Risposta: questa visione può essere poetica e ammetto che personalmente la interpreto anche come un valido scopo per vivere (da ateo). Trovo infatti estremamente edificante l'idea di dedicare la vita a rendere un posto migliore anche per gli animali, considerando che inoltre l'uomo può anche trarre gioia da essi (lo sa chiunque viva con gatti, cani, ecc.). Purtroppo però non è una spiegazione che permette di giustificare il dolore animale dal punto di vista teologico. Il fatto che vivere assieme agli animali e prendersene cura possa essere una della attività migliori a cui si può dedicare una persona, non fornisce però alcun motivo per cui Dio avrebbe dovuto prevedere la sofferenza di una gazzella uccisa da un leone o lo stesso leone che muore di fame per mancanza di prede. Inoltre, per quanto si possano amare gli animali, è inevitabile dover fare delle scelte 'speciste'. Questo capita infatti ogni volta che si decide di comprare del cibo in scatola per un gatto, cibo che evidentemente sarà stato prodotto uccidendo degli animali (industrialmente, il che è un aggravante). Si torna sempre lì, posto che l'uomo possa non essere perfetto e debba cercare di migliorarsi, perché, pur volendo fare del bene, si trova di fatto a compiere inevitabilmente del male uccidendo o permettendo l'uccisione di esseri viventi per poterli dare in pasto ad altri considerati implicitamente più meritevoli delle nostre attenzioni (basti pensare ai gatti e ai topi, i primi li amiamo i secondo li derattizziamo)?
  • Gli animali servono come prova etica per l'uomo: chi li maltratta verrà punito da Dio e chi se ne prende cura verrà premiato. Risposta: posto che se esistesse, ci terrei a vedere Dio che punisce malamente chi maltratta gli animali, questo argomento ricade nei primi due punti precedenti. Da un lato il fatto che prendersi cura degli animali sia un bene non spiega perché Dio li faccia soffrire, specialmente per ragioni non causate dall'uomo. Dall'altro, si tratta di questa concezione ricorrente per cui si reputa che Dio sia nel giusto quando decide di creare un essere solo come strumento per una sua volontà. Questo è un tema ampio che sicuramente va affrontato a sé stante, ma rimane il problema che per testare se una persona sia buona o meno, Dio permette che delle sue creature vengano maltrattate (senza considerare, ripeto, quegli animali che soffrono indipendentemente da ciò che fanno gli uomini).
  • Gli animali non soffrono veramente, è solo apparenza. Risposta: sì, ho davvero sentito qualcuno dire una cosa del genere. Anche volendo dividere il dolore nelle sue componenti fisiche e psicologiche, è comunque indubbio che molti animali provano dolore fisico e molti (magari meno dei primi) possono anche soffrire psicologicamente. Senza scomodare chissà quali studi, basta convivere con un animale per rendersene conto. Il fatto che poi l'animale non possa concepire il dolore alla stessa maniera umana (posto che sono speculazioni dato che nessuno può dire con certezza cosa significhi vivere nella mente di un gatto o un cane) non comporta certo che il dolore sia nullo. Per finire, se anche fosse vero che gli animali non soffrono davvero, rimane comunque l'aspetto esteriore che per noi umani è evidentemente doloroso e violento: un leone che uccide una gazzella la sgozza, il sangue sgorga, ci sono gemiti e spasmi. E' quindi uno spettacolo orribile da vedere (per quanto possa essere istruttivo da alcuni punti di vista) e se anche fosse solo finzione, non si spiega perché Dio voglia mostrarci uno spettacolo così raccapricciante.
Concludendo, la mia tesi è semplice: per troppo tempo la teologia si è disinteressata di questi temi (anche perché la società dell'epoca non li sentiva come pregnanti) e ora che sono passati secoli di apologetica, il fatto che la sensibilità verso gli animali stia riaffiorando in tutto il mondo mette in luce l'argomento anti-religioso forse più sottovalutato della storia e la religione mostra inevitabilmente tutte i suoi limiti nel rispondere compiutamente.


Shalom (si fa per dire)


Il Cercatore di Senso

mercoledì 27 maggio 2026

Il paradosso di Epicuro nel 21° secolo

"Dio - dice Epicuro - o vuole togliere i mali ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, è impotente; il che è inammissibile in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può allora è invidioso e impotente; e anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può, il che soltanto conviene a Dio, allora da dove vengono i mali? o perché non li toglie?" (1)

A detta dei teologi questa vecchia massima dovrebbe essere superabile, ormai risolta. Si dice infatti: "Dio è buono e onnipotente ma vuole rispettare il libero arbitrio umano e quindi permette il male ma senza assecondarlo". Sembra convincente eppure ancora nel 2026 il paradosso di Epicuro è forse il più comune argomento contro Dio utilizzato dagli atei di tutto il mondo.

Proviamo a riepilogare con uno schema quanto detto (forse) da Epicuro più di 2000 anni fa:


La domanda è semplice quanto spiazzante: perché il mondo è così lontano dall'ideale di perfezione paradisiaca? Analizziamo le varie opzioni:

A. Dio non è né buono né onnipotente - più che fornire una risposta pone un'ulteriore domanda: se anche esistesse un tale essere metafisico avrebbe senso chiamarlo Dio considerando che non possiederebbe le caratteristiche che normalmente gli verrebbero attribuite? Inoltre, questa opzione è difficilmente investigabile in quanto non permette di determinare se la presenza del male nel mondo sia dovuta alla mancanza di potenza o di bontà. Proseguiamo oltre.

B. Dio è buono ma non onnipotente - di fatto simile all'opzione A se non che filosoficamente apre ad immagini interessanti e suggestive. Infatti, ci sono almeno due accezioni di Dio che potrebbero rientrare in questa casistica:
  • Manicheismo (storico o filosofico che sia): al mondo esistono due dei: uno buono e uno cattivo, egualmente potenti ma moralmente speculari. Questo significa che l'ago della bilancia è l'umanità che deve scegliere da che parte stare perché nessuna delle due divinità può soggiogare da sola la controparte. È una teologia dell'equilibrio. Sant'Agostino, Manicheo prima di convertirsi al Cristianesimo, pensava di superare questa concezione affermando che il male non esiste di per sé e che si può intendere solo come assenza di bene (leggi le Confessioni per un maggior approfondimento). Con tutto il rispetto dovuto al santo, la sua pare essere una supercazzola bella e buona perché che il male esista di per sé o solo come mancanza di bene, sta di fatto che se Dio è onnipotente, allora è necessariamente responsabile quando decide di non agire invece che il contrario.
  • Prometeismo (termine appena inventato): nella mitologia greca, Prometeo è il titano che mosso da compassione nei confronti delle sofferenze umane, disubbidisce al padre Zeus regalando il fuoco all'umanità. Per questo affronto, Zeus lo punisce prima incatenandolo ad una rupe e poi facendolo sprofondare nel Tartaro. È interessante notare come questa vicenda mitologica possa ricordare il sacrificio di Gesù con però la fondamentale differenza che Prometeo disubbidisce al padre invece di compiere la sua volontà, il che sicuramente non è un dettaglio apprezzabile da un credente tradizionale. Eppure, un semidio buono ma non onnipotente sarebbe una teologia più accettabile dal punto di vista razionale perché capace di accogliere su di sé la bontà e contemporaneamente di rigettare il male in quanto non sua diretta responsabilità.
  • Spiritualismo (di nuovo, termine appena coniato, almeno in questa accezione): di fatto una modernizzazione in chiave new age dei due punti precedenti. Si potrebbe infatti sostenere che Dio sia un'idea eterna, un'essenza capace di attirare a sé l'umanità attraverso la bontà e altre caratteristiche divine ma senza per questo essere in grado di agire direttamente sul mondo materiale, almeno non in maniera risolutiva. In questo caso, Dio non "scende" verso il mondo ma al contrario, costituisce una forza metafisica attrattiva dal basso verso l'alto (per rispettare la classica visione del mondo celeste in alto e quello materiale in basso). È forse superfluo far notare come il Cristianesimo classico non possa accettare un Dio che si rifiuta di scendere nel mondo e farsi uomo per salvarci.
Sebbene tutte le precedenti possibilità siano in grado di rispondere al problema del male nel mondo nessuna delle religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam) le accoglie. Sarebbe affascinante approfondirne le ragioni.

C. Dio non è buono ma è onnipotente - questa è sicuramente l'opzione peggiore per l'umanità: un essere onnipotente ma amorale. Da sperare vivamente che un tale dio non esista.

D. Dio è buono e onnipotente - è su quest'ultima opzione che si concentrano le speranze dei credenti. Però, rimane il problema che di male assurdo nel mondo ce n'è eccome (bambini e innocenti che soffrono fisicamente e mentalmente, animali destinati a mangiarsi a vicenda senza nessuna possibilità di salvezza spirituale, ecc.). A queste considerazioni, i credenti normalmente rispondono nella maniera seguente (a tu che leggi: sei il benvenuto nei commenti se dovessi avere altre risposte):
  • Dio è buono e onnipotente ma permette il male per non limitare la libertà umana. Sembrerebbe la risposta più logica eppure è possibile eccepire più contro-argomentazioni:
    • Nel linguaggio logico/filosofico, onnipotenza significa che tutto è possibile, letteralmente tutto. Quindi, perché Dio deve sottostare alla logica del libero arbitrio? Essendo un essere onnipotente dovrebbe essere in grado di creare un mondo perfetto e libero senza creare contraddizione logica. Se non può farlo, significa che allora non è onnipotente e allora si ricade nell'opzione B (bontà senza onnipotenza). Tra l'altro, viene da chiedersi come funziona il paradiso: se in questo mondo ultraterreno è possibile concepire la perfezione senza costringere l'uomo levandogli la libertà, perché Dio ha deciso di creare quel crogiolo di sofferenze che è il mondo materiale? Che forse Dio voglia un po' di dramma per spezzare la noia e la monotonia della perfezione?
    • tirare in ballo il libero arbitrio complica ancora di più invece che spiegare. Infatti, la libertà è un altro concetto filosofico estremamente complesso che andrebbe definito prima di poterlo usare come argomento perché il suo significato non è immediato e per forza condiviso. Ci si potrebbe poi chiedere se davvero l'uomo si può considerare libero, almeno nell'accezione teologica, ma questo è il tema per un'altra puntata.
    • Non tutti i mali sono correlati al libero arbitrio: bambini affetti di malattie, animali che muoiono di stenti (gli animali sono gli eterni assenti della teologia). Certo, a questo argomento alcuni arditi teologi della vecchia scuola provano a replicare che con il peccato originale l'umanità si è resa responsabile di tutti i mali, compresi quelli naturali. È però facile far notare che un Dio che si comporta così assomiglia ad un nazista che uccide 10 civili come rappresaglia oppure un mafioso che scioglie nell'acido il figlio di un traditore. Dov'è la bontà se Dio ha deciso di agire così? eccoci quindi al punto seguente.
  • La bontà di Dio non è pienamente concepibile e comprensibile dalla ragione umana. In altre parole, Dio avrà le sue ragioni. Questo però non è un argomento vero e proprio ma una reinterpretazione del vecchio adagio "Mistero della Fede". Oltretutto, è una risposta scorretta dal punto di vista logico perché svuota di significato l'affermazione iniziale. Infatti, affermare che "Dio è buono ma non buono nel senso che intendi tu" non ha senso perché fa equivalere il termine "bontà" ad una parola di significato sconosciuto. Se questa è realmente la tesi del credente, allora sarebbe meglio inventarsi una parola nuova per identificare questa bontà imperscrutabile di Dio, così da evitare di confondere. In realtà, si preferisce non utilizzare una parola ad hoc perché si sta cadendo nella fallacia logica dello cherry picking, ossia del selezionare solo gli argomenti che fanno comodo alla propria tesi e rifiutando arbitrariamente quelli scomodi. In pratica, affermare che Dio è buono attira il credente a sé ma quando poi la definizione umana di bontà cozza con quella divina allora si trova l'escamotage per uscire dall'inghippo, tra l'altro, senza perdere l'occasione di colpevolizzare il dubitante (rendendolo inadatto), così da spostare il focus dalla difesa all'accusa. È un trucco retorico vecchio come il mondo che i teologi conoscono bene. Per concludere, il termine stesso "Bontà" è qualcosa di complesso che andrebbe approfondito a monte dell'affermazione "Dio è buono". Infatti si potrebbe domandare: "Dio è buono perché è il saggio supremo capace di conoscere ciò che è davvero buono oppure Dio è buono perché è il capo e creatore del mondo e quindi ha ragione qualunque cosa dica?". A prima vista parrebbe uno strano arzigogolo filosofico ma in realtà pone un dubbio estremamente pregnante. Tema che in ogni caso deve essere affrontato autonomamente considerando la sua complessità.
Siamo quindi arrivati all'ultima misteriosa opzione capace di rispondere al perché esista il male nel mondo: 

non esiste alcun essere metafisico che si interessi o possa essere d'aiuto all'umanità.

Certo, forse questa non è la risposta più rincuorante a cui potessimo ambire ma è quella che meglio rispetta il principio del rasoio di Occam: tra due spiegazioni, quella più semplice (ossia quella con meno contraddizioni) è probabilmente quella giusta.

Shalom


Il Cercatore di Senso

(1) Lattanzio, De Ira Dei

lunedì 3 novembre 2025

Ha ancora senso parlare di Fascismo (e Comunismo)?

“Smettiamola di parlare di fascismo e comunismo, sono termini vecchi non più utili a descrivere la politica moderna”. Scrivo questo articolo perché mi pare una questione cruciale e sempre più inflazionata, considerando la quantità di commenti di questo tipo che ho personalmente letto su vari social network.

Alcuni rivendicano questo superamento in quanto inciterebbe all’odio ponendo due fazioni contrapposte ed eternamente in lotta. Normalmente, a questo segue il ribadire come sia il comunismo che il fascismo abbiano provocato milioni di morti e regimi dittatoriali tremendi. Personalmente mi trovo parzialmente d’accordo con quest’ultima posizione. Queste fazioni tendono infatti a strumentalizzare problemi e questioni specifiche su basi ideologiche, il che, oltre a rischiare di fomentare la violenza, non rappresenta il metodo corretto per sviluppare una profonda comprensione degli eventi a cui si sta assistendo.

Perché però mi trovo d’accordo solo in misura parziale? Sarà una mia percezione dato che non ho statistiche affidabili per esserne sicuro, ma ritengo che sia più frequente che a condividere questo tipo di opinioni sia proprio chi è accusato di essere fascista. In questo caso, è una difesa efficace: permette infatti di farsi scivolare addosso l’accusa senza dover affermare di non essere fascista. Bel colpo.

Questo però è il motivo per cui, seppur tenendo sempre a mente i principi democratici, non bisogna dimenticare il fascismo e il dovere di opporsi ad esso. Dopo questa affermazione, è poi subito opportuno aggiungere che non essere fascisti non equivale ad essere comunisti, così da evitare di incappare proprio in quella estremizzazione considerata fomentatrice di odio. Qui siamo infatti in presenza di una falsa dicotomia, ossia una delle fallacie logiche più comuni tra chi governa tramite il vecchio principio del Divide et impera. Questo errore logico si verifica quando si mostra la realtà solo in bianco e nero, quando invece esiste un’intera sfumatura di grigi e moderazione in mezzo. In questo caso, è uno strumento retorico caro ai nostalgici: tirare in ballo lo spauracchio del comunismo è sempre una vittoria assicurata.

A questo punto, siamo davanti al meme dei tre spiderman, ossia i tre mascherati allo stesso modo che si accusano a vicenda. Il problema, infatti, è che non tutti i (pseudo)fascisti parlano in maniera chiara alla luce del sole (specialmente non lo fanno quelli che contano). Difficilmente un nostalgico in parlamento potrà esprimersi in questa maniera:

Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere (omissis), a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato. (1)

Se è quindi vero che a livello pratico sia complesso intervenire in questo tipo di questioni, non bisogna però dimenticarsi del paradosso della tolleranza e delle sue potenzialmente gravi conseguenze. Permettere infatti di poter dire qualsiasi cosa, anche in barba ai principi costituzionali, semplicemente perché lo si fa in maniera pacata significa rompere le regole del gioco su cui si basa la Democrazia e lo Stato di Diritto. Non può che quindi sorgere la domanda: chi è in grado prevedere e gestire le conseguenze di quanto il patto sociale comincia ad incrinarsi?

 

Il Cercatore di Senso

 

(1) Benito Mussolini, discorso alla camera dei deputati il 3 gennaio 1925

sabato 1 novembre 2025

Verità vs Opinione: la sfida continua

Sotto un certo punto di vista, la società odierna è simile a quella del tempo in cui viveva Socrate. È infatti evidente lo strapotere della Doxa, ossia l’opinione, nei confronti dell’Episteme, alias la scienza.

Non ho intenzione di fare ora una disamina di questi concetti, limitandomi ad invitare un approfondimento in autonomia (è da più di 2000 anni che la filosofia vive di questi discorsi). Varrebbe sicuramente la pena di domandarsi come definire la scienza al giorno d’oggi, considerando che ai tempi in cui scriveva Platone la verità oggettiva e indiscutibile era considerata l’obiettivo massimo della filosofia. Al contrario, la moderna scienza sperimentale si poggia sul principio di falsificabilità, ossia su verità che si espongono alla possibilità di venire smentite da esperimenti od osservazioni che potrebbero dimostrarle false. Questo è necessario per distinguere le teorie controllabili da quelle non controllabili, come la metafisica.

Dopo questa premessa e venendo a discorsi più concreti, nella maggior parte dei dibattici pubblici di oggi (dai talk show alle discussioni sui social media) più che prevalere il metodo razionale, si ha quello che chiamerei “fazionismo” ossia la volontà di avere l’ultima parola a tutti i costi, andandosi costantemente ad identificarsi con una squadra o una fazione. Questo è vero parlando di praticamente qualsiasi argomento: da quelli più futili fino ad arrivare alla politica e la religione. La prova più convincente di questo fenomeno è che i fatti sono posti sullo stesso piano delle speculazioni su di essi. Per avere sempre la meglio è quindi sufficiente limitarsi a trovare l’interpretazione che più piace: è ininfluente se poggi su basi razionali o se sia chiaramente falsata da bias o da più semplice malafede.

Arrivati a questo punto potrebbe sorgere lo sconforto per chiunque cerchi la verità con passione, metodo e onestà intellettuale ma non tutto è perduto. Seppur non esista una via semplice per invertire o arginare questa tendenza, è possibile tenere a mente la debolezza intrinseca al sofismo stesso: l’incoerenza. Questa è infatti la differenza netta tra chi cerca la verità a partire da un’onesta indagine razionale e chi invece usa l’intelligenza per rafforzare le proprie idee preconcette.


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Infatti, chi ha compreso e utilizza la ragione in maniera onesta, arrivando alla verità che ne consegue, qualunque essa sia, manterrà la coerenza argomentativa. Questo significa che sarà attento a non cadere nelle fallacie logiche e di conseguenza approccerà ogni questione con il medesimo sguardo, senza applicare pesi e misure diverse in base al fatto che convenga o meno.

Al contrario, l’apologeta (chi difende a spada tratta la propria convinzione) o il sofista che dir si voglia per cercare di rendere forte il discorso debole cercherà tutti gli appigli possibili, sfruttando senza particolari remore la retorica pur di arrivare dove desidera. Questo modo di agire, seppure nel breve termine possa essere vincente dato il suo potere persuasivo, a lungo andare non può che tradirsi da solo, disseminando qua e là prove dell’utilizzo di due pesi e due misure. Infatti, è una conseguenza inevitabile del volerla aver vinta a tutti i costi. Per esempio, in un caso il sofista potrebbe ricorrere all’attacco personale così da screditare la controparte, mentre in un altro potrebbe difendersi da chi fa lo stesso con lui adducendo che prenderserla con la persona invece che con l’argomento (fallacia ad hominem) non sia un modo corretto di argomentare. Ecco quindi che si palesa l’inconsistenza e la malafede.

Purtroppo, in molti casi non è sufficiente far notare questi passi falsi commessi dal sofista perché la verità abbia la meglio. Infatti, in una società in cui impera l’opinione è alta la probabilità di venire sommersi da una montagna di merda intellettuale (fallacia Gish gallop) che può far desistere da ulteriori controargomentazioni. In poche parole, puoi anche essere nel giusto ma se l’interlocutore è una massa di scimpanzè che rispondono a versi ai tuoi argomenti è difficile che la tua voce possa essere recepita in una maniera positiva.

In ogni caso non bisogna mai demordere, perché allenarsi nel riconoscimento delle fallacie logiche è comunque il metodo migliorare per avere la coscienza intellettuale pulita.

 

Il Cercatore di Senso

lunedì 15 settembre 2025

Per Opere, non per Fede. Considerazioni contro la dottrina escatologica Cattolica e Protestante

La riflessione che segue è la lettera (e-mail ad essere precisi) che ho personalmente inviato a diversi istituti teologici e monasteri Cristiani con l'obiettivo di costruire un dialogo basato sulla Ragione, potenzialmente interessante per entrambe le parti.

Premessa: non sono un teologo, né prete, né diacono, né rappresentante di alcuna confessione religiosa, politica, etc. Scrivo semplicemente per interesse e ricerca personale. Essendo che viviamo in uno Stato laico e democratico mi piacerebbe avere un semplice confronto o un punto di vista sulla riflessione che scrivo di seguito ma chiedo di evitare di rispondermi facendo semplicemente appello al principio di autorità, per esempio:

“l’ha detto la Chiesa”

“l’ha detto il Papa”

“l’ha detto il Teologo”

Ovviamente non sto dicendo che non si possa citare un’affermazione detta da un Papa o da un teologo, semplicemente che non la si usi come argomento logico. In altre parole: non è vero solo perché lo dice il Papa ma magari il Papa ha detto qualcosa di interessante in merito e che quindi vale la pena di essere riportato.

Chiedo anche di evitare i cortocircuiti logici del tipo “è vero perché lo dice la Bibbia”. Anche in questo caso, non chiedo ovviamente di non citare la Bibbia, ma di non usarla come argomento per determinare se un ragionamento è valido o no. Io nella mia riflessione cito la Bibbia ma non la uso come criterio assoluto di verità. Pertanto, è inutile rispondermi con considerazioni del tipo “la Fede permette di oltrepassare la Ragione”, “Mistero della Fede”, etc. Il motivo per cui chiedo di evitare questo tipo di ragionamenti è che li conosco e so benissimo che possono essere sempre utilizzati per chiudere qualunque dibattito ma come detto, l’obiettivo è proprio una riflessione libera e che non deve per forza portare ad una conversione o ad un’affermazione assoluta di verità. È pertanto ammesso dire “non so”, “non ci ho mai ragionato”, “mah, potrebbe essere ma io credo alla Chiesa/Bibbia, etc.”. Ripeto: il mio obiettivo non è né convertire né de-convertire. Prendetemi semplicemente come un alieno  che appena arrivato sulla terra legge la Bibbia e si fa delle domande.

Dal punto di vista biblico mi baso soprattutto su queste quattro parabole:

·       Parabola del servo fedele;

·       Parabola dei talenti;

·       Parabola dell’offerta della vedova;

·       “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me..”.

 

Matteo 24,42-51

42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.

45 Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? 46 Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! 47 In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. 48 Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, 49 e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, 50 arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, 51 lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.

 

Luca 12,35-48

35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

 

Matteo 25:14-30

14 «Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. 16 Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. 17 Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. 18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ho guadagnato altri cinque talenti". 21 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". 22 Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ho guadagnato altri due talenti". 23 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". 24 Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". 26 Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. 29 Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. 30 E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì ci sarà pianto e stridor di denti".

 

Marco 12,38-44

38 Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».

41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. 43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

Matteo 25,31-46

31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

È evidente che di temi qui se ne potrebbero sollevare tanti ma in realtà ciò che mi chiedo è molto semplice: perché la Chiesa Cattolica e Lutero si sono scontrati nel determinare se la salvezza sia nella sola Fede (Sola Fide) o nella Fede più le Opere? Da bambino e poi da adolescente, senza sapere nulla di teologia, credevo invece intuitivamente in una terzia via, ossia che ci si salvi solo (o principalmente) grazie alle opere.

Chiariamo subito un aspetto, evidentemente non voglio dire che sia da premiare chi fa il bene solo per paura della pena eterna o specularmente solo per il premio eterno. Non sto nemmeno a commentare chi si pavoneggia di fare del bene senza nemmeno farlo in realtà oppure facendolo solo per secondi fini (gli Scribi per intenderci). Mi riferisco al semplice fare del bene perché si sa (o si sente, e qui potremmo aprire il dibattito filosofico) che è la cosa giusta da fare. Ci si comporta quindi in conformità ai propri valori, i quali si ritiene possano darci un senso nel mondo.

Una seconda importante controargomentazione potrebbe essere quella del teologo che obietta che non è possibile aderire ai valori cristiani (o ad alcuni di essi) senza credere, perché altrimenti ci sarebbe incoerenza. Questo può essere parzialmente vero ma la Chiesa sbaglia clamorosamente se pensa di poter avere l’esclusiva sui principi etici. Infatti, chi si sente attratto dagli insegnamenti di Gesù, spesso trova illuminanti le sue massime più celebri. Questo avviene perché l’idea sottostante è già lì presente e quindi si apprezza Gesù perché parla in una maniera che ci risuona bene. Se non avessimo alcun valor etico, allora dovremmo prima credere che Gesù è Dio e in quanto Dio può decidere ciò che è bene e ciò che è male e di conseguenza noi aderiremmo ai suoi principi morali[1] non perché li riterremmo giusti, bensì semplicemente perché faremmo ciò che il grande capo ci dice di fare. Capisco che questa questione sia complessa e non si esaurisca in queste poche righe, ma negare la considerazione di base che la dottrina venga dopo l’aspetto emotivo e la fede impulsiva pare davvero indifendibile, anche solo su una base biblica. Nei testi sacri, sono infatti riportati molti racconti in cui persone comuni si convertono perché “rapiti” dalla Fede o comunque perché affascinati dalla figura di Gesù. Non è infatti comune trovare passi biblici che testimoniano riflessioni intellettuali o addirittura filosofiche che portano a riconoscere la giustezza di Gesù.

Continuando con la mia tesi della prevalenza delle Opere sulla Fede, penso sia opportuno notare che in fondo ai bambini si insegna qualcosa di simile, del tipo: “il paradiso è per chi vuole bene agli altri e fa delle buone azioni”. Vero che si dice anche che “bisogna voler bene a Gesù” ma dubito che un prete si azzardi nel proseguire affermando che “bambino, se non credi in Gesù, nella Chiesa e nei suoi dogmi andrai all’inferno”. Allora, perché crescendo e diventando adulti la questione cambia così tanto?

Leggendo in maniera semplice e diretta le parabole sopra citate (d’altronde sono metafore per l’appunto, quindi una lettura trasparente e alla portata di tutti è un approccio più che ragionevole) possiamo trarre le seguenti conclusioni:

L’importante nella vita è ciò che facciamo con sincerità: le parole vuote e l’ostentazione vanagloriosa ed egoistica non contano.

Bisogna fare rispetto alle proprie capacità: la parabola dell’offerta e dei talenti sono particolarmente chiare in questo: non è più buono chi fa di più in termini assoluti ma chi si spende o si sacrifica per gli altri. La vedova infatti dà un solo nichelino che però rappresenta tutto per lei.

L’importante sono le buone azioni concrete e non il credere come sforzo intellettuale: questo è il punto della questione per me: porre il credere in Dio come spartiacque per il paradiso è una dottrina inutilmente estrema, perché provoca a cascata tutta la serie di interminabili discussioni e opinioni per cui uno si può definire credente o meno, Cattolico o Protestante e che però non portano al vero punto del discorso. Infatti, guardando alle parabole sopra citate, Gesù non punta il dito contro quei servi che non sono certi se il padrone prima o poi passerà o se sì, quando lo farà, bensì si scaglia contro chi non ha fatto la volontà del padrone. In altre parole, il focus non è in alcun modo sulle previsioni o sulle supposizioni fatte dai servi ma sulle loro azioni concrete, che fuor di metafora potrebbe essere un pragmatico “come hai vissuto la tua vita?”.

Affermare questo è anche particolarmente coerente con la fondamentale dottrina cristiana[2] del libero arbitrio. Se infatti può essere ragionevole affermare, seppur un po’ semplicisticamente, che chi ha scelto di vivere una vita egoistica perseguendo il male non abbia diritto al paradiso, lo è molto meno sostenere che un Protestante non ne sia degno semplicemente perché crede a dogmi o concezioni diverse riguardo a Dio. Difatti, in quest’ultimo caso risulta quasi sempre necessario citare i passi della Bibbia in cui lo si sosterrebbe. Si citano le Sacre Scritture proprio per dare valore ad un’affermazione che se fosse basata sulla pura ragione parrebbe molto discutibile e difficile da difendere.

A tal proposito, è opportuno notare che in Luca 12-46, Gesù parla di Infedeli ma non nel senso religioso del termine, bensì rispetto alla figura del padrone. Ossia, è infedele quel servo che si è comportato male nonostante il padrone gli avesse dato fiducia: il servo, invece che fare il suo dovere, ha pensato di poter gozzovigliare alle spese del padrone, approfittando del “non sentire il fiato sul collo”.

Arrivati a questo punto, so bene che l’apologeta che vuole smentire la mia tesi può imitarsi a citare Giovanni 20:24-29 “beati quelli che crederanno senza aver visto” per affermare con forza che la Fede nella resurrezione sia necessaria per essere salvati[3] ma ciò non mi basta per convincermi razionalmente della sensatezza di questa dottrina. Mi chiedo poi che merito ci sia nel fedele che magari non è convinto di questo ma che per paura crede nonostante tutto.

Chiudo con la celebre frase del cardinal Martini: “Credenti o non credenti, l’importante è che siate pensanti”.


Il Cercatore di Senso


[1] In questa riflessione, uso i termini morale ed etica come perfetti sinonimi.

[2] So che non tutte le confessioni lo credono, ad esempio i Calvinisti, ma qui lo manterrò come fondamento.

[3] Anche se varrebbe la pena far notare che è una massima contenuta nel solo Vangelo di Giovanni, il quale è il più tardo e differente dagli altri, anche a causa del suo carattere gnostico che guarda caso pone tantissimo l’attenzione sulla Verità e sui discorsi dottrinali.

giovedì 11 settembre 2025

Sull'Omicidio di Charlie Kirk, alleato di Trump e influencer MAGA

Il 10/09/2025 viene assassinato il 31enne Charlie Kirk: alleato di Trump, influencer MAGA. 

Alcune libere considerazioni:

  • è eticamente sbagliato. Non si fa democrazia sparando agli avversari politici.
  • è politicamente sbagliato. Uccidere gli avversari crea martiri più pericolosi da morti che da vivi MA:
  • è ipocrita lamentarsi di un pazzo con un fucile in un campus universitario quando da sempre sostieni il II emendamento.
  • è stupido lamentarsi dell'escalation di violenza se da anni sei il primo a fomentare lo scontro.

Trump accusa i democratici per l'omicidio ed ecco il paradosso della tolleranza: in una società tollerante si deve essere tolleranti verso gli intolleranti? 

La destra estremista ci gioca come se fosse l'asso nella manica: dice quello che vuole, fomenta odio ma senza sparare un colpo. Così quando lo faranno gli altri saranno loro i fascisti. 

Chi ragiona così però non è un pacifista ma solo un paziente stratega.


Il Cercatore di Senso

lunedì 14 ottobre 2024

Il Principio dei Desideri

 "Ciò che si è chiamato corpo e carne conta infinitamente di più, il resto è un piccolo accessorio. Il compito di continuare a filare l'intero tessuto della vita e in modo che il filo diventi sempre più potente - tale è il compito" (1)

Probabilmente molti non si troverebbero d'accordo leggendo questo verso di Nietzsche. In effetti, all'uomo occidentale pare una visione estremamente nichilista quella per cui l'unico senso della vita sia quello della mera sopravvivenza, prima nel proprio corpo e poi tramite i propri figli.

C'è molto di più che vale la pena cercare durante lo snodarsi della propria esistenza: soddisfazioni personali, familiari, professionali nonché il tanto agognato amore. Le persone più spirituali e religiose potrebbero menzionare anche la dimensione metafisica a cui tutti, consciamente o meno, saremmo destinati.

Non proverò a stabilire qui quale sia il senso della vita, né tantomeno quale sia la strada migliore per arrivarci; sarebbe infatti infinitamente impegnativo: non è questione di spazio, tempo, voglia di scrivere o saggezza. Semplicemente non è una verità standardizzabile per tutti tramite una forma testuale.
Al più, si potranno condividere le proprie riflessioni e convinzioni al fine di aiutare o, alla peggio, di convertire il lettore alla propria personale verità.

Ma, non è questo che mi interessa fare con queste poche righe.

Piuttosto, mi piacerebbe puntare il dito su un aspetto troppo spesso dimenticato e sottovalutato dalla maggior parte delle morali a cui noi tutti siamo stati sottoposti da bambini: 

la voglia viscerale di stare al mondo e vivere ancora un altro giorno.

Potrebbe sembra un non-concetto. D'altronde, tranne che i disperati e i depressi, chi non vorrebbe risvegliarsi di nuovo, giorno dopo giorno?
È una verità talmente banale che non viene neppure considerata un vero e proprio desiderio.
Se questo scritto non vuole essere un trattato sul suicidio, ed in effetti non è questo l'intento, che senso ha allora parlare della voglia di vivere? D'altronde anche il nostro corpo parla chiaro:

anche ai disperati batte il cuore.

Non è infatti necessario, né tantomeno possibile, controllare consciamente le funzioni vitali (il battito del cuore, il respirare e così via), segno inequivocabile che anche per la natura, la voglia di vivere è scontata, tanto scontata che la nostra mente non deve nemmeno soffermarvici.

C'è un però,

per la psiche umana, il voler vivere o meno non è soltanto il decidere se svegliarsi anche domattina oppure no, bensì, molto più visceralmente, è ciò che ci spinge a provare gusto e carica per vivere un altro giorno.

È il principio dei desideri

La voglia di vivere è infatti il desiderio fondamentale, ciò che dà vita a tutti i desideri particolari: si ha fame perché si vuole vivere, si vogliono gli amici perché ci si vuole divertire e si vuole fare un lavoro che ci soddisfi perché sappiamo che sarà la nostra quotidianità per molti anni a venire.

Il punto è proprio questo: troppo spesso si tendono a vedere come concetti indipendenti tra loro il sopravvivere, il viver bene e il vivere per uno scopo quando invece, se non vogliamo alienarci e sfibrarci, dovremmo cercare un equilibrio tra di essi.

Da questo punto di vista, sia il santo che che il depravato non se la vivono al meglio: il primo perché si fa guidare solo dal dovere e non dal piacere e il secondo per il motivo opposto. Per entrambi, il pericolo concreto è che si perda quell'intima voglia di svegliarsi un altro giorno per fare qualcosa di nuovo, di interessante e stimolante.

È un concetto simile a quello sotteso agli incentivi e ai premi di produzione: l'obiettivo, individuale o di gruppo che sia, perché sia efficace dev'essere sfidante ma allo stesso tempo raggiungibile: un obiettivo al di là delle nostre capacità è frustrante, uno troppo banale non ci motiva a far di più di quello che faremmo altrimenti. Similmente, percepire che la vita che stiamo vivendo è incommensurabilmente lontana da quella che vorremmo ci potrebbe sconsolare ma anche sentire di aver già raggiunto tutti i propri obiettivi potrebbe provocarci smarrimento.

Seguendo questa logica si arriva alla non scontata conseguenza che non è tanto importante vivere una vita perfetta (ipotizzando che sia possibile) ma viverne una equilibrata.

Pensare però di raggiungere questo equilibrio a livello meramente intellettuale non porterà ad altro che ad uno sforzo vano perché la voglia di vivere è una forza e una sete ancestrale e viscerale, solo parzialmente comprensibile e controllabile dalla ragione. Spesso sono invece gli scossoni e i fulmini della vita che ci portano a trovare nuove visioni e nuovi equilibri. 

"Come cambia improvvisamente il deserto della nostra stanca cultura, quando lo tocca la magia dionisiaca! Un turbine afferra tutto ciò che è spento, marcio, rotto, appassito, lo avvolge roteando in una rossa nube di polvere e come un avvoltoio lo porta in alto" (2)

In questo possiamo forse paradossalmente rassicurarci: se credere che l'avvenire sia guidato da una forza benevola richiede uno sforzo di Fede, cercare di trovare linfa vitale dagli eventi che ci capitano è invece alla portata di tutti noi.


il Cercatore di Senso

(1) Volontà di Potenza,  F. Nietzsche (opera postuma)
(2) La Nascita della tragedia,  F. Nietzsche

domenica 23 giugno 2024

Il Peso Necessario

"La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere" (1)


Questa frase, potente e dalle mille sfaccettature, mi offre oggi il seguente insegnamento:

Non assumerti più peso del necessario


Quando si fanno lunghe camminate in montagna si è obbligati a portare con sé solo l'equipaggiamento strettamente necessario, così da evitare di boccheggiare sotto uno zaino troppo pesante.

Perché non dovrebbe valere la stessa regola anche per la vita di tutti i giorni?

Certo, ci si potrebbe anche porre la domanda:

Cos'è necessario?



il Cercatore di Senso

(1) Manuale, Epitteto

martedì 7 marzo 2023

Fede: tra il dionisiaco e l'apollineo

"La mancanza di Fede è sempre il male. [...] Satana in noi è il dubbio, e il dubbio finisce in disperazione. [...] La Fede è il grande esorcismo, e anche la prima virtù." (1)

Al giorno d'oggi non è frequente constatare toni così duri, ma comunque vi sono molti teologi che tutt'ora si impegnano a spiegare quanto sia giusto, importante e soprattutto utile credere indefessamente. Questi si accaniscono infatti nell'esaltare la Fede quale fonte di gioia e forza per la vita di tutti i giorni.

Ammettendo che ciò possa essere vero, non vi è però la prova che la Fede sia riposta in qualcosa di vero. Infatti, qualcosa di utile non è necessariamente anche vero, o meglio, affermare che l'idea di Dio sia utile non implica che un essere divino realmente esista. In fondo, che la religione possa essere utile è affermato serenamente da molti filosofi atei, l'esistenzialista Sartre per fare un esempio.

Quindi, il teologo che si impegna a dimostrare la fondatezza della sua Fede basandosi sul fatto che aiuti a vivere e criticando contestualmente la società moderna perché debole e "costruita sulla sabbia" sta magari operando bene come pastore ma non come pensatore razionale. Infatti, la ragione che usa è di tipo dionisiaco, perché non cerca necessariamente il vero, bensì ciò che è utile alla vita fatta di carne e sangue com'è quella umana. 
In questo caso la Verità è oggetto di quella stessa Fede che ci si impegna a difendere e pertanto non può che perdersi e mischiarsi in essa, rendendo quindi impossibile discernere oggettivamente ciò che richiede la sola ragione da ciò che invece ha bisogno dell'intelletto assieme alla Fede.

Le considerazioni fatte fin qui comportano che l'ateo, mostrando rimostranze in un modello etico che pone la Fede come discrimine per l'accesso alla vita eterna, non ragiona mosso dall'utilità personale, bensì da un principio di giustizia e compassione verso i propri simili. In questo caso, la domanda fondamentale non è "che cosa devo fare per andare in paradiso?" bensì "qual è la legge giusta che metta i buoni in paradiso e i cattivi all'inferno?".
Considerando poi che l'essere giusto è una caratteristica normalmente attribuita a Dio, nel chiedersi se la sua legge sia giusta o meno si sta indirettamente ragionando sul fatto che Dio esista o meno.

La consapevolezza di queste differenze nel ragionare può quindi configurarsi come una delle critiche più basilari alla religione in quanto non si occupa di singoli e specifici assunti di Fede, ma del metodo in generale. I teologi parlano infatti di verità e di sapere ma rivolgendosi sempre e necessariamente ai credenti, poiché aprirsi ad una platea di interlocutori più ampia farebbe venire meno i presupposti minimi per poter accogliere le verità religiose enunciate.

I credenti desiderano infatti la verità non per un puro desiderio di conoscenza ma piuttosto per un senso di inadeguatezza e insufficienza che proverebbero sentendosi in balia delle onde del dubbio. Questo porta spesso a perdersi nelle più comuni fallacie logiche come l'applicare due pesi e due misure; facendosi quindi bastare un argomento a favore della propria religione ma contemporaneamente soprassedendo sui legittimi dubbi e ragionamenti degli atei.

Ciò non vuole per forza essere un attacco ai credenti o alla religione in quanto tale, ma piuttosto un monito per tutti coloro che con leggerezza proclamano che la loro Fede non precluda ma anzi si fondi sulla Ragione, evidentemente ignorando in buona o cattiva fede che la razionalità richiede che si seguano delle regole non interpretabili e/o eludibili a seconda delle circostanze e dei propri interessi personali.


il Cercatore di Senso

(1) Diario intimo, Henri-Frédéric Amiel

martedì 7 febbraio 2023

Jean-Paul Sartre: abbandono, disperazione, angoscia e malafede

Volendo proseguire con l'analisi della posizione filosofica di Jean-Paul Sartre, si arriva a toccare quelle parole da lui stesso definite "un poco magniloquenti" (1), ossia:

angoscia, malafede, abbandono e disperazione

In questo articolo si vorrà quindi seguire il percorso argomentativo con cui Sartre lega questi concetti, ritenuti da lui essenziali per comprendere la visione esistenzialistica dell'uomo.

In l'esistenzialismo è un umanismo Sartre afferma:

"l'esistenzialista dichiara volentieri che l'uomo è angoscia.

Questo significa: l'uomo che assume un impegno ed è consapevole di essere non soltanto colui che sceglie di essere, ma anche un legislatore che sceglie, nello stesso tempo, e per sé e per l'intera umanità, non può sfuggire al sentimento della propria completa e profonda responsabilità." (2)

Questa tesi deriva dalla constatazione che, a detta di Sartre, tutte le scelte umane, da quelle più pubbliche come l'adesione ad un sindacato a quelle più intime come lo sposarsi, abbiano due anime: una più palpabile riguardante direttamente la vita della persona che ha compiuto la decisione ed un'altra che rimane invece di sottofondo comprendendo l'intera rete di relazioni e conseguenze che ogni scelta necessariamente porta con sé.

Per fare un esempio, scegliendo di aderire ad un determinato credo religioso si sta implicitamente intendendo che tutti dovrebbero effettuare la stessa scelta in quanto normalmente i valori di tipo metafisico si ritiene siano validi per l'umanità intera e non solo per una persona in particolare. Da notare che perché questo sia vero non sia necessario che chi ha compiuto questa scelta si prodighi nel cercare di convertire gli altri, bensì è una conseguenza automatica che deriva dall'aver fatto proprio, nell'interiorità della propria coscienza, un credo e una religione piuttosto che un'altra.

Alan Turing, matematico e pioniere dell'informatica, scrisse:

"Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza." (3)

Pur vedendo la questione da un punto di vista prettamente fisico e matematico, il senso di questa frase appare simile alla visione esistenzialista Sartriana. Certo, vi è una differenza sostanziale considerando che Sartre parla di scelte umane, quindi di libertà, mentre Turing perlopiù di principi e fenomeni naturali. Questo però non dovrebbe trarre in inganno perché in questo caso, ciò che conta non è tanto la causa dell'effetto osservato (scelta umana o variabile naturale) bensì la serie di conseguenze, potenziali o effettive, che tale causa porterà con sé.

La situazione descritta da Turing è conosciuto dai più come c.d. effetto farfalla, dal titolo di una conferenza tenuta dal matematico e meteorologo Edward Lorenz:

"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?"(4)

Pur notando l'affinità dei concetti appena esposti, non bisogna dimenticare però la portata che l'affermazione di Sartre vuole avere. Se infatti Turing e Lorenz si concentrano perlopiù sull'aspetto empirico delle conseguenze a lungo termine di eventi naturali, Sartre pone invece la questione su un piano universale, nel quale il centro non è una variabile tra le tante, bensì la Variabile con la V maiuscola, ossia l'uomo e le sue scelte, quindi la volontà e la libertà su cui l'agire umano poggia inevitabilmente.

È quindi possibile comprendere quanto greve sia l'angoscia che Sartre imputa all'umano agire. Se da un lato, libertà significa dignità per l'uomo, dall'altro significa che ogni scelta comporta una sorta di violenza sul mondo intero, perché scegliendo per sé non si può che scegliere anche per tutti.

Ciò porta poi a delineare il concetto di malafede, ossia quella particolare forma di menzogna che Sartre enuncia per distinguerla dalla mera truffa, ossia da quei casi in cui una persona mente deliberatamente ad un'altra con lo scopo di ottenere un vantaggio personale. Malafede è invece quando si mente a sé stessi, quindi quando la coscienza, come in un momento di poca lucidità, riesce ad auto-ingannarsi.

"Certo, molti uomini non sono angosciati, ma noi affermiamo che essi celano a sé stessi la propria angoscia, che la fuggono; certo, molti uomini credono, quando agiscono, di non impegnare che sé stessi e, quando si dice loro: "Ma se tutti facessero così?", alzano le spalle e rispondono: "Non tutti fanno così". Ma, in verità, ci si deve sempre chiedere: che cosa accadrebbe se tutti facessero altrettanto? E non si sfugge a questo pensiero inquietante che con una specie di malafede." (5)

In questo senso, Sartre delinea un concetto di malafede che richiama quello poi sostenuto successivamente da Hannah Arendt nel suo la banalità del male. In questo celebre saggio, si mette in luce come spesso, alla base dei più orrendi crimini commessi dall'umanità, vi sia una serie di piccole scelte compiute senza consapevolezza delle conseguenze che si sono prodotte, piuttosto che un'indole dualisticamente "cattiva".

Ecco che allora, se da un lato scelta significa angoscia, dall'altro significa responsabilità. infatti:

"È questa specie di angoscia che viene messa in luce dall'esistenzialismo; vedremo che si manifesta inoltre come responsabilità diretta di fronte agli altri uomini che coinvolge. Non è una cortina che ci divida dall'azione, ma fa parte dell'azione stessa." (6)

Se la responsabilità può essere considerata la logica conseguenza del libero arbitrio e l'angoscia come intrinseca alla scelta, non è invece così scontato il collegamento con il senso di abbandono che Sartre più volte menziona. Un cristiano, ad esempio, potrebbe essere portato ad associare la responsabilità al progetto che Dio ha per ognuno ma ecco che allora qui interviene l'ateismo di Sartre, che per lui è scontato dopo le riflessioni di Nietzsche:

"E quando si parla di abbandono, espressione cara ad Heidegger, intendiamo soltanto che Dio non esiste e che bisogna trarne le conseguenze fino in fondo." (7)

Questa convinzione porta poi un'ulteriore peso, come se non bastasse, in quanto l'esistenzialismo ateo di Sartre non condivide quell'idea comune allora come ora che Dio sia una mera e inutile reminiscenza di un passato ancestrale. Crede, al contrario, che con l'assenza dell'Essere perfetto e di conseguenza della valenza del primato dell'esistenza sull'essenza, venga meno il fulcro sul quale basare la leva dell'etica e della morale:

"l'esistenzialista al contrario pensa che è molto scomodo che Dio non esista, poiché con Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile. [...] Dostoevskij ha scritto: Se Dio non esiste tutto è permesso. Ecco il punto di partenza dell'esistenzialismo. Effettivamente tutto è lecito se Dio non esiste, e di conseguenza l'uomo è abbandonato perché non trova, né in sé né fuori di sé, possibilità d'ancorarsi. E anzitutto non trova delle scuse. Se davvero l'esistenza precede l'essenza non si potrà mai fornire spiegazioni riferendosi ad una natura umana data e fissata; in altri termini non vi è determinismo: l'uomo è libero, l'uomo è libertà" (8)


Se libertà ha una connotazione normalmente positiva per il senso comune, non lo ha in Sartre, perché questi è consapevole che una libertà senza né guida, né meta e in generale senza fondamento, non può che generare il senso di abbandono prima analizzato e la disperazione che ne consegue:

"Quanto alla disperazione, questa parola ha un senso estremamente semplice. Essa vuol dire che noi ci limiteremo a far assegnamento su ciò che dipende dalla nostra volontà o sull'insieme delle probabilità che rendono la nostra azione possibile." (9)

Ma dato che la volontà viene dopo il mondo e non prima, significa implicitamente che la volontà è determinata totalmente dal singolo uomo a cui appartiene.

Arrivati a questo punto non sembra quindi esserci possibilità di ottimismo o redenzione alcuna, ma non bisogna mai dimenticare ciò a cui Sartre vuole giungere con queste sue riflessioni:

"Un uomo s'impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c'è niente. Evidentemente questa idea può parere dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d'altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che soltanto la realtà vale. [...]" (10)

Sartre non vuole quindi gettare nello sconforto, bensì richiamare alla realtà e alla consapevolezza, tantoché lui stesso respinge le accuse di pessimismo, preferendo definire l'esistenzialismo come "rigore ottimista", quindi un ottimismo esigente perché non concede alcuna scusa all'uomo:

"Così abbiamo risposto, credo, ad alcuni rimproveri riguardanti l'esistenzialismo. Appare chiaro che non lo si può considerare come una filosofia del quietismo, dato che definisce l'uomo in base all'azione, né come una descrizione pessimista dell'uomo: non c'è anzi dottrina più ottimista, perché il destino dell'uomo è nell'uomo stesso; né come un tentativo di scoraggiare l'uomo distogliendo dall'operare, perché l'esistenzialismo gli dice che non si può riporre speranza se non nell'agire e che la sola cosa che consente all'uomo di vivere è l'azione. Di conseguenza, su questo piano, noi abbiamo a che fare con una morale dell'azione e dell'impegno." (11)


il Cercatore di Senso

(1) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 33, Jean-Paul Sartre
(2) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 33-34, Jean-Paul Sartre
(3) Macchine calcolatrici e intelligenza (1950), Alan Turing
(4) Conferenza The Butterfly effect, (1972), Edward Norton Lorenz
(5) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 34, Jean-Paul Sartre
(6) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 38, Jean-Paul Sartre
(7) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 38, Jean-Paul Sartre
(8) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 40-41, Jean-Paul Sartre
(9) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 50-51, Jean-Paul Sartre
(10) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 56-57, Jean-Paul Sartre
(11) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 60, Jean-Paul Sartre