sabato 27 giugno 2026

Dio e gli animali: il dolore innocente

Tema da un lato antico come la religione stessa e dall'altro nuovo dato che fino a qualche secolo fa non era nemmeno considerato un problema teologico, almeno in occidente. Eppure, è per me uno dei più evidenti argomenti contro il Cristianesimo e in generale contro un Dio buono e onnipotente.

La domanda è estremamente semplice:

perché gli animali dovrebbero soffrire in un mondo teologicamente antropocentrico?

Prima di procedere è però necessario chiarire un fattore comune a Cristianesimo, Ebraismo e Islam (salvo correnti minoritarie che potrei non conoscere):

gli animali non sono contemplati nel percorso di salvezza.

A volte gli animali sono considerati dalla teologia ma sempre in maniera accessoria, mai al pari dell'umanità. 
A questo punto, un seguace di queste religioni potrebbe obiettare "ci mancherebbe altro! un animale non è uguale all'uomo, non è cosciente". Un filosofo potrebbe pure rincarare la dose "c'è una differenza ontologica (incolmabile) tra l'animale e l'uomo".
Questa potrebbe sembrare la risposta decisiva e invece, più che risolvere, apre la porta ad ulteriori domande:
  • Se gli animali non hanno coscienza, perché metterli al mondo dato che l'essere coscienti è un pre-requisito per poter avere un dialogo con Dio e poter essere contemplati dal percorso di salvezza religioso?
  • Un conto è non avere coscienza, un altro è non provare dolore psico-fisico. Posto che molti tipi di animali sono capaci di provare dolore (per quanto alcuni tentino ancora di negarlo), perché Dio avrebbe dovuto crearli o comunque, perché avrebbe dovuto permettere che provassero dolore?
  • Perché gli animali si devono mangiare tra di loro per vivere? Ovviamente non mi riferisco all'esigenza evolutiva e alla biologia ma al perché teleologico. In altre parole, qual è il fine spirituale di un mondo in cui per vivere ci si debba mangiare a vicenda?
  • Collegata alla domanda precedente, perché il mangiarsi a vicenda necessario per sopravvivere deve prevedere anche la violenza? Infatti, un conto è morire (smettere di esistere), un altro è morire provando dolore, un altro ancora è morire provando dolore causato da un altro essere vivente. P.s. Queste sono domande tendenzialmente scomode perché ci fanno riflettere su questioni che ormai diamo per assodate come le più naturali possibili ma dal momento che si presuppone un Dio creatore, buono e onnipotente è inevitabile ragionare compiendo un passo indietro e non considerare nulla come ovvio.
  • Non è che forse la religione mostra un limite che troppo spesso viene sottovalutato, ossia un antropocentrismo estremo che semplicemente si dimentica di un mondo naturale molto più vasto delle società umane?
Nel mio percorso spirituale mi sono confrontato con diversi credenti che hanno provato a condividere i loro timidi tentativi di rispondere a queste domande (timidi perché per secoli la teologia se n'è raramente occupata). Provo a riepilogarli di seguito, facendoli seguire dalle mie contro-argomentazioni:
  • All'inizio della Bibbia (Genesi), gli animali erano in perfetta comunione con l'umanità e non era nemmeno necessario che si dovessero mangiare a vicenda. A causa del peccato originale e della conseguente caduta dell'umanità dal paradiso terrestre, la morte ha cominciato a far parte del mondo. Risposta: posto che ovviamente uno creda a questa storia, perché mai gli animali avrebbero dovuto pagare per le colpe umane? In effetti, nell'antico testamento, Dio punisce spesso i figli per le colpe dei padri, il che colloca questa spiegazione all'interno della tradizione ma non la giustifica di certo. Inoltre, come accennato in precedenza, un conto è poter morire, ossia che la vita possa avere una fine, un altro è che per vivere si debba uccidere (alcuni animali strettamente carnivori sono obbligati a farlo). Quindi, se per Dio, la morte era inevitabile per il percorso di salvezza, perché ha però dovuto prevedere anche la violenza, almeno quella necessaria per mangiare e quindi continuare a vivere?
  • Gli animali sono creature comunque volute e amate da Dio ed è compito dell'uomo prendersene cura e rispettarli, operando come 'Custodi del Creato' (espressione che ho conosciuto tramite Papa Francesco e il monastero di Bose). Risposta: questa visione può essere poetica e ammetto che personalmente la interpreto anche come un valido scopo per vivere (da ateo). Trovo infatti estremamente edificante l'idea di dedicare la vita a rendere un posto migliore anche per gli animali, considerando che inoltre l'uomo può anche trarre gioia da essi (lo sa chiunque viva con gatti, cani, ecc.). Purtroppo però non è una spiegazione che permette di giustificare il dolore animale dal punto di vista teologico. Il fatto che vivere assieme agli animali e prendersene cura possa essere una della attività migliori a cui si può dedicare una persona, non fornisce però alcun motivo per cui Dio avrebbe dovuto prevedere la sofferenza di una gazzella uccisa da un leone o lo stesso leone che muore di fame per mancanza di prede. Inoltre, per quanto si possano amare gli animali, è inevitabile dover fare delle scelte 'speciste'. Questo capita infatti ogni volta che si decide di comprare del cibo in scatola per un gatto, cibo che evidentemente sarà stato prodotto uccidendo degli animali (industrialmente, il che è un aggravante). Si torna sempre lì, posto che l'uomo possa non essere perfetto e debba cercare di migliorarsi, perché, pur volendo fare del bene, si trova di fatto a compiere inevitabilmente del male uccidendo o permettendo l'uccisione di esseri viventi per poterli dare in pasto ad altri considerati implicitamente più meritevoli delle nostre attenzioni (basti pensare ai gatti e ai topi, i primi li amiamo i secondo li derattizziamo)?
  • Gli animali servono come prova etica per l'uomo: chi li maltratta verrà punito da Dio e chi se ne prende cura verrà premiato. Risposta: posto che se esistesse, ci terrei a vedere Dio che punisce malamente chi maltratta gli animali, questo argomento ricade nei primi due punti precedenti. Da un lato il fatto che prendersi cura degli animali sia un bene non spiega perché Dio li faccia soffrire, specialmente per ragioni non causate dall'uomo. Dall'altro, si tratta di questa concezione ricorrente per cui si reputa che Dio sia nel giusto quando decide di creare un essere solo come strumento per una sua volontà. Questo è un tema ampio che sicuramente va affrontato a sé stante, ma rimane il problema che per testare se una persona sia buona o meno, Dio permette che delle sue creature vengano maltrattate (senza considerare, ripeto, quegli animali che soffrono indipendentemente da ciò che fanno gli uomini).
  • Gli animali non soffrono veramente, è solo apparenza. Risposta: sì, ho davvero sentito qualcuno dire una cosa del genere. Anche volendo dividere il dolore nelle sue componenti fisiche e psicologiche, è comunque indubbio che molti animali provano dolore fisico e molti (magari meno dei primi) possono anche soffrire psicologicamente. Senza scomodare chissà quali studi, basta convivere con un animale per rendersene conto. Il fatto che poi l'animale non possa concepire il dolore alla stessa maniera umana (posto che sono speculazioni dato che nessuno può dire con certezza cosa significhi vivere nella mente di un gatto o un cane) non comporta certo che il dolore sia nullo. Per finire, se anche fosse vero che gli animali non soffrono davvero, rimane comunque l'aspetto esteriore che per noi umani è evidentemente doloroso e violento: un leone che uccide una gazzella la sgozza, il sangue sgorga, ci sono gemiti e spasmi. E' quindi uno spettacolo orribile da vedere (per quanto possa essere istruttivo da alcuni punti di vista) e se anche fosse solo finzione, non si spiega perché Dio voglia mostrarci uno spettacolo così raccapricciante.
Concludendo, la mia tesi è semplice: per troppo tempo la teologia si è disinteressata di questi temi (anche perché la società dell'epoca non li sentiva come pregnanti) e ora che sono passati secoli di apologetica, il fatto che la sensibilità verso gli animali stia riaffiorando in tutto il mondo mette in luce l'argomento anti-religioso forse più sottovalutato della storia e la religione mostra inevitabilmente tutte i suoi limiti nel rispondere compiutamente.


Shalom (si fa per dire)


Il Cercatore di Senso

mercoledì 27 maggio 2026

Il paradosso di Epicuro nel 21° secolo

"Dio - dice Epicuro - o vuole togliere i mali ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, è impotente; il che è inammissibile in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può allora è invidioso e impotente; e anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può, il che soltanto conviene a Dio, allora da dove vengono i mali? o perché non li toglie?" (1)

A detta dei teologi questa vecchia massima dovrebbe essere superabile, ormai risolta. Si dice infatti: "Dio è buono e onnipotente ma vuole rispettare il libero arbitrio umano e quindi permette il male ma senza assecondarlo". Sembra convincente eppure ancora nel 2026 il paradosso di Epicuro è forse il più comune argomento contro Dio utilizzato dagli atei di tutto il mondo.

Proviamo a riepilogare con uno schema quanto detto (forse) da Epicuro più di 2000 anni fa:


La domanda è semplice quanto spiazzante: perché il mondo è così lontano dall'ideale di perfezione paradisiaca? Analizziamo le varie opzioni:

A. Dio non è né buono né onnipotente - più che fornire una risposta pone un'ulteriore domanda: se anche esistesse un tale essere metafisico avrebbe senso chiamarlo Dio considerando che non possiederebbe le caratteristiche che normalmente gli verrebbero attribuite? Inoltre, questa opzione è difficilmente investigabile in quanto non permette di determinare se la presenza del male nel mondo sia dovuta alla mancanza di potenza o di bontà. Proseguiamo oltre.

B. Dio è buono ma non onnipotente - di fatto simile all'opzione A se non che filosoficamente apre ad immagini interessanti e suggestive. Infatti, ci sono almeno due accezioni di Dio che potrebbero rientrare in questa casistica:
  • Manicheismo (storico o filosofico che sia): al mondo esistono due dei: uno buono e uno cattivo, egualmente potenti ma moralmente speculari. Questo significa che l'ago della bilancia è l'umanità che deve scegliere da che parte stare perché nessuna delle due divinità può soggiogare da sola la controparte. È una teologia dell'equilibrio. Sant'Agostino, Manicheo prima di convertirsi al Cristianesimo, pensava di superare questa concezione affermando che il male non esiste di per sé e che si può intendere solo come assenza di bene (leggi le Confessioni per un maggior approfondimento). Con tutto il rispetto dovuto al santo, la sua pare essere una supercazzola bella e buona perché che il male esista di per sé o solo come mancanza di bene, sta di fatto che se Dio è onnipotente, allora è necessariamente responsabile quando decide di non agire invece che il contrario.
  • Prometeismo (termine appena inventato): nella mitologia greca, Prometeo è il titano che mosso da compassione nei confronti delle sofferenze umane, disubbidisce al padre Zeus regalando il fuoco all'umanità. Per questo affronto, Zeus lo punisce prima incatenandolo ad una rupe e poi facendolo sprofondare nel Tartaro. È interessante notare come questa vicenda mitologica possa ricordare il sacrificio di Gesù con però la fondamentale differenza che Prometeo disubbidisce al padre invece di compiere la sua volontà, il che sicuramente non è un dettaglio apprezzabile da un credente tradizionale. Eppure, un semidio buono ma non onnipotente sarebbe una teologia più accettabile dal punto di vista razionale perché capace di accogliere su di sé la bontà e contemporaneamente di rigettare il male in quanto non sua diretta responsabilità.
  • Spiritualismo (di nuovo, termine appena coniato, almeno in questa accezione): di fatto una modernizzazione in chiave new age dei due punti precedenti. Si potrebbe infatti sostenere che Dio sia un'idea eterna, un'essenza capace di attirare a sé l'umanità attraverso la bontà e altre caratteristiche divine ma senza per questo essere in grado di agire direttamente sul mondo materiale, almeno non in maniera risolutiva. In questo caso, Dio non "scende" verso il mondo ma al contrario, costituisce una forza metafisica attrattiva dal basso verso l'alto (per rispettare la classica visione del mondo celeste in alto e quello materiale in basso). È forse superfluo far notare come il Cristianesimo classico non possa accettare un Dio che si rifiuta di scendere nel mondo e farsi uomo per salvarci.
Sebbene tutte le precedenti possibilità siano in grado di rispondere al problema del male nel mondo nessuna delle religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam) le accoglie. Sarebbe affascinante approfondirne le ragioni.

C. Dio non è buono ma è onnipotente - questa è sicuramente l'opzione peggiore per l'umanità: un essere onnipotente ma amorale. Da sperare vivamente che un tale dio non esista.

D. Dio è buono e onnipotente - è su quest'ultima opzione che si concentrano le speranze dei credenti. Però, rimane il problema che di male assurdo nel mondo ce n'è eccome (bambini e innocenti che soffrono fisicamente e mentalmente, animali destinati a mangiarsi a vicenda senza nessuna possibilità di salvezza spirituale, ecc.). A queste considerazioni, i credenti normalmente rispondono nella maniera seguente (a tu che leggi: sei il benvenuto nei commenti se dovessi avere altre risposte):
  • Dio è buono e onnipotente ma permette il male per non limitare la libertà umana. Sembrerebbe la risposta più logica eppure è possibile eccepire più contro-argomentazioni:
    • Nel linguaggio logico/filosofico, onnipotenza significa che tutto è possibile, letteralmente tutto. Quindi, perché Dio deve sottostare alla logica del libero arbitrio? Essendo un essere onnipotente dovrebbe essere in grado di creare un mondo perfetto e libero senza creare contraddizione logica. Se non può farlo, significa che allora non è onnipotente e allora si ricade nell'opzione B (bontà senza onnipotenza). Tra l'altro, viene da chiedersi come funziona il paradiso: se in questo mondo ultraterreno è possibile concepire la perfezione senza costringere l'uomo levandogli la libertà, perché Dio ha deciso di creare quel crogiolo di sofferenze che è il mondo materiale? Che forse Dio voglia un po' di dramma per spezzare la noia e la monotonia della perfezione?
    • tirare in ballo il libero arbitrio complica ancora di più invece che spiegare. Infatti, la libertà è un altro concetto filosofico estremamente complesso che andrebbe definito prima di poterlo usare come argomento perché il suo significato non è immediato e per forza condiviso. Ci si potrebbe poi chiedere se davvero l'uomo si può considerare libero, almeno nell'accezione teologica, ma questo è il tema per un'altra puntata.
    • Non tutti i mali sono correlati al libero arbitrio: bambini affetti di malattie, animali che muoiono di stenti (gli animali sono gli eterni assenti della teologia). Certo, a questo argomento alcuni arditi teologi della vecchia scuola provano a replicare che con il peccato originale l'umanità si è resa responsabile di tutti i mali, compresi quelli naturali. È però facile far notare che un Dio che si comporta così assomiglia ad un nazista che uccide 10 civili come rappresaglia oppure un mafioso che scioglie nell'acido il figlio di un traditore. Dov'è la bontà se Dio ha deciso di agire così? eccoci quindi al punto seguente.
  • La bontà di Dio non è pienamente concepibile e comprensibile dalla ragione umana. In altre parole, Dio avrà le sue ragioni. Questo però non è un argomento vero e proprio ma una reinterpretazione del vecchio adagio "Mistero della Fede". Oltretutto, è una risposta scorretta dal punto di vista logico perché svuota di significato l'affermazione iniziale. Infatti, affermare che "Dio è buono ma non buono nel senso che intendi tu" non ha senso perché fa equivalere il termine "bontà" ad una parola di significato sconosciuto. Se questa è realmente la tesi del credente, allora sarebbe meglio inventarsi una parola nuova per identificare questa bontà imperscrutabile di Dio, così da evitare di confondere. In realtà, si preferisce non utilizzare una parola ad hoc perché si sta cadendo nella fallacia logica dello cherry picking, ossia del selezionare solo gli argomenti che fanno comodo alla propria tesi e rifiutando arbitrariamente quelli scomodi. In pratica, affermare che Dio è buono attira il credente a sé ma quando poi la definizione umana di bontà cozza con quella divina allora si trova l'escamotage per uscire dall'inghippo, tra l'altro, senza perdere l'occasione di colpevolizzare il dubitante (rendendolo inadatto), così da spostare il focus dalla difesa all'accusa. È un trucco retorico vecchio come il mondo che i teologi conoscono bene. Per concludere, il termine stesso "Bontà" è qualcosa di complesso che andrebbe approfondito a monte dell'affermazione "Dio è buono". Infatti si potrebbe domandare: "Dio è buono perché è il saggio supremo capace di conoscere ciò che è davvero buono oppure Dio è buono perché è il capo e creatore del mondo e quindi ha ragione qualunque cosa dica?". A prima vista parrebbe uno strano arzigogolo filosofico ma in realtà pone un dubbio estremamente pregnante. Tema che in ogni caso deve essere affrontato autonomamente considerando la sua complessità.
Siamo quindi arrivati all'ultima misteriosa opzione capace di rispondere al perché esista il male nel mondo: 

non esiste alcun essere metafisico che si interessi o possa essere d'aiuto all'umanità.

Certo, forse questa non è la risposta più rincuorante a cui potessimo ambire ma è quella che meglio rispetta il principio del rasoio di Occam: tra due spiegazioni, quella più semplice (ossia quella con meno contraddizioni) è probabilmente quella giusta.

Shalom


Il Cercatore di Senso

(1) Lattanzio, De Ira Dei