mercoledì 27 maggio 2026

Il paradosso di Epicuro nel 21° secolo

"Dio - dice Epicuro - o vuole togliere i mali ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, è impotente; il che è inammissibile in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può allora è invidioso e impotente; e anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può, il che soltanto conviene a Dio, allora da dove vengono i mali? o perché non li toglie?" (1)

A detta dei teologi questa vecchia massima dovrebbe essere superabile, ormai risolta. Si dice infatti: "Dio è buono e onnipotente ma vuole rispettare il libero arbitrio umano e quindi permette il male ma senza assecondarlo". Sembra convincente eppure ancora nel 2026 il paradosso di Epicuro è forse il più comune argomento contro Dio utilizzato dagli atei di tutto il mondo.

Proviamo a riepilogare con uno schema quanto detto (forse) da Epicuro più di 2000 anni fa:


La domanda è semplice quanto spiazzante: perché il mondo è così lontano dall'ideale di perfezione paradisiaca? Analizziamo le varie opzioni:

A. Dio non è né buono né onnipotente - più che fornire una risposta pone un'ulteriore domanda: se anche esistesse un tale essere metafisico avrebbe senso chiamarlo Dio considerando che non possiederebbe le caratteristiche che normalmente gli verrebbero attribuite? Inoltre, questa opzione è difficilmente investigabile in quanto non permette di determinare se la presenza del male nel mondo sia dovuta alla mancanza di potenza o di bontà. Proseguiamo oltre.

B. Dio è buono ma non onnipotente - di fatto simile all'opzione A se non che filosoficamente apre ad immagini interessanti e suggestive. Infatti, ci sono almeno due accezioni di Dio che potrebbero rientrare in questa casistica:
  • Manicheismo (storico o filosofico che sia): al mondo esistono due dei: uno buono e uno cattivo, egualmente potenti ma moralmente speculari. Questo significa che l'ago della bilancia è l'umanità che deve scegliere da che parte stare perché nessuna delle due divinità può soggiogare da sola la controparte. È una teologia dell'equilibrio. Sant'Agostino, Manicheo prima di convertirsi al Cristianesimo, pensava di superare questa concezione affermando che il male non esiste di per sé e che si può intendere solo come assenza di bene (leggi le Confessioni per un maggior approfondimento). Con tutto il rispetto dovuto al santo, la sua pare essere una supercazzola bella e buona perché che il male esista di per sé o solo come mancanza di bene, sta di fatto che se Dio è onnipotente, allora è necessariamente responsabile quando decide di non agire invece che il contrario.
  • Prometeismo (termine appena inventato): nella mitologia greca, Prometeo è il titano che mosso da compassione nei confronti delle sofferenze umane, disubbidisce al padre Zeus regalando il fuoco all'umanità. Per questo affronto, Zeus lo punisce prima incatenandolo ad una rupe e poi facendolo sprofondare nel Tartaro. È interessante notare come questa vicenda mitologica possa ricordare il sacrificio di Gesù con però la fondamentale differenza che Prometeo disubbidisce al padre invece di compiere la sua volontà, il che sicuramente non è un dettaglio apprezzabile da un credente tradizionale. Eppure, un semidio buono ma non onnipotente sarebbe una teologia più accettabile dal punto di vista razionale perché capace di accogliere su di sé la bontà e contemporaneamente di rigettare il male in quanto non sua diretta responsabilità.
  • Spiritualismo (di nuovo, termine appena coniato, almeno in questa accezione): di fatto una modernizzazione in chiave new age dei due punti precedenti. Si potrebbe infatti sostenere che Dio sia un'idea eterna, un'essenza capace di attirare a sé l'umanità attraverso la bontà e altre caratteristiche divine ma senza per questo essere in grado di agire direttamente sul mondo materiale, almeno non in maniera risolutiva. In questo caso, Dio non "scende" verso il mondo ma al contrario, costituisce una forza metafisica attrattiva dal basso verso l'alto (per rispettare la classica visione del mondo celeste in alto e quello materiale in basso). È forse superfluo far notare come il Cristianesimo classico non possa accettare un Dio che si rifiuta di scendere nel mondo e farsi uomo per salvarci.
Sebbene tutte le precedenti possibilità siano in grado di rispondere al problema del male nel mondo nessuna delle religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam) le accoglie. Sarebbe affascinante approfondirne le ragioni.

C. Dio non è buono ma è onnipotente - questa è sicuramente l'opzione peggiore per l'umanità: un essere onnipotente ma amorale. Da sperare vivamente che un tale dio non esista.

D. Dio è buono e onnipotente - è su quest'ultima opzione che si concentrano le speranze dei credenti. Però, rimane il problema che di male assurdo nel mondo ce n'è eccome (bambini e innocenti che soffrono fisicamente e mentalmente, animali destinati a mangiarsi a vicenda senza nessuna possibilità di salvezza spirituale, ecc.). A queste considerazioni, i credenti normalmente rispondono nella maniera seguente (a tu che leggi: sei il benvenuto nei commenti se dovessi avere altre risposte):
  • Dio è buono e onnipotente ma permette il male per non limitare la libertà umana. Sembrerebbe la risposta più logica eppure è possibile eccepire più contro-argomentazioni:
    • Nel linguaggio logico/filosofico, onnipotenza significa che tutto è possibile, letteralmente tutto. Quindi, perché Dio deve sottostare alla logica del libero arbitrio? Essendo un essere onnipotente dovrebbe essere in grado di creare un mondo perfetto e libero senza creare contraddizione logica. Se non può farlo, significa che allora non è onnipotente e allora si ricade nell'opzione B (bontà senza onnipotenza). Tra l'altro, viene da chiedersi come funziona il paradiso: se in questo mondo ultraterreno è possibile concepire la perfezione senza costringere l'uomo levandogli la libertà, perché Dio ha deciso di creare quel crogiolo di sofferenze che è il mondo materiale? Che forse Dio voglia un po' di dramma per spezzare la noia e la monotonia della perfezione?
    • tirare in ballo il libero arbitrio complica ancora di più invece che spiegare. Infatti, la libertà è un altro concetto filosofico estremamente complesso che andrebbe definito prima di poterlo usare come argomento perché il suo significato non è immediato e per forza condiviso. Ci si potrebbe poi chiedere se davvero l'uomo si può considerare libero, almeno nell'accezione teologica, ma questo è il tema per un'altra puntata.
    • Non tutti i mali sono correlati al libero arbitrio: bambini affetti di malattie, animali che muoiono di stenti (gli animali sono gli eterni assenti della teologia). Certo, a questo argomento alcuni arditi teologi della vecchia scuola provano a replicare che con il peccato originale l'umanità si è resa responsabile di tutti i mali, compresi quelli naturali. È però facile far notare che un Dio che si comporta così assomiglia ad un nazista che uccide 10 civili come rappresaglia oppure un mafioso che scioglie nell'acido il figlio di un traditore. Dov'è la bontà se Dio ha deciso di agire così? eccoci quindi al punto seguente.
  • La bontà di Dio non è pienamente concepibile e comprensibile dalla ragione umana. In altre parole, Dio avrà le sue ragioni. Questo però non è un argomento vero e proprio ma una reinterpretazione del vecchio adagio "Mistero della Fede". Oltretutto, è una risposta scorretta dal punto di vista logico perché svuota di significato l'affermazione iniziale. Infatti, affermare che "Dio è buono ma non buono nel senso che intendi tu" non ha senso perché fa equivalere il termine "bontà" ad una parola di significato sconosciuto. Se questa è realmente la tesi del credente, allora sarebbe meglio inventarsi una parola nuova per identificare questa bontà imperscrutabile di Dio, così da evitare di confondere. In realtà, si preferisce non utilizzare una parola ad hoc perché si sta cadendo nella fallacia logica dello cherry picking, ossia del selezionare solo gli argomenti che fanno comodo alla propria tesi e rifiutando arbitrariamente quelli scomodi. In pratica, affermare che Dio è buono attira il credente a sé ma quando poi la definizione umana di bontà cozza con quella divina allora si trova l'escamotage per uscire dall'inghippo, tra l'altro, senza perdere l'occasione di colpevolizzare il dubitante (rendendolo inadatto), così da spostare il focus dalla difesa all'accusa. È un trucco retorico vecchio come il mondo che i teologi conoscono bene. Per concludere, il termine stesso "Bontà" è qualcosa di complesso che andrebbe approfondito a monte dell'affermazione "Dio è buono". Infatti si potrebbe domandare: "Dio è buono perché è il saggio supremo capace di conoscere ciò che è davvero buono oppure Dio è buono perché è il capo e creatore del mondo e quindi ha ragione qualunque cosa dica?". A prima vista parrebbe uno strano arzigogolo filosofico ma in realtà pone un dubbio estremamente pregnante. Tema che in ogni caso deve essere affrontato autonomamente considerando la sua complessità.
Siamo quindi arrivati all'ultima misteriosa opzione capace di rispondere al perché esista il male nel mondo: 

non esiste alcun essere metafisico che si interessi o possa essere d'aiuto all'umanità.

Certo, forse questa non è la risposta più rincuorante a cui potessimo ambire ma è quella che meglio rispetta il principio del rasoio di Occam: tra due spiegazioni, quella più semplice (ossia quella con meno contraddizioni) è probabilmente quella giusta.

Shalom


Il Cercatore di Senso

(1) Lattanzio, De Ira Dei

lunedì 3 novembre 2025

Ha ancora senso parlare di Fascismo (e Comunismo)?

“Smettiamola di parlare di fascismo e comunismo, sono termini vecchi non più utili a descrivere la politica moderna”. Scrivo questo articolo perché mi pare una questione cruciale e sempre più inflazionata, considerando la quantità di commenti di questo tipo che ho personalmente letto su vari social network.

Alcuni rivendicano questo superamento in quanto inciterebbe all’odio ponendo due fazioni contrapposte ed eternamente in lotta. Normalmente, a questo segue il ribadire come sia il comunismo che il fascismo abbiano provocato milioni di morti e regimi dittatoriali tremendi. Personalmente mi trovo parzialmente d’accordo con quest’ultima posizione. Queste fazioni tendono infatti a strumentalizzare problemi e questioni specifiche su basi ideologiche, il che, oltre a rischiare di fomentare la violenza, non rappresenta il metodo corretto per sviluppare una profonda comprensione degli eventi a cui si sta assistendo.

Perché però mi trovo d’accordo solo in misura parziale? Sarà una mia percezione dato che non ho statistiche affidabili per esserne sicuro, ma ritengo che sia più frequente che a condividere questo tipo di opinioni sia proprio chi è accusato di essere fascista. In questo caso, è una difesa efficace: permette infatti di farsi scivolare addosso l’accusa senza dover affermare di non essere fascista. Bel colpo.

Questo però è il motivo per cui, seppur tenendo sempre a mente i principi democratici, non bisogna dimenticare il fascismo e il dovere di opporsi ad esso. Dopo questa affermazione, è poi subito opportuno aggiungere che non essere fascisti non equivale ad essere comunisti, così da evitare di incappare proprio in quella estremizzazione considerata fomentatrice di odio. Qui siamo infatti in presenza di una falsa dicotomia, ossia una delle fallacie logiche più comuni tra chi governa tramite il vecchio principio del Divide et impera. Questo errore logico si verifica quando si mostra la realtà solo in bianco e nero, quando invece esiste un’intera sfumatura di grigi e moderazione in mezzo. In questo caso, è uno strumento retorico caro ai nostalgici: tirare in ballo lo spauracchio del comunismo è sempre una vittoria assicurata.

A questo punto, siamo davanti al meme dei tre spiderman, ossia i tre mascherati allo stesso modo che si accusano a vicenda. Il problema, infatti, è che non tutti i (pseudo)fascisti parlano in maniera chiara alla luce del sole (specialmente non lo fanno quelli che contano). Difficilmente un nostalgico in parlamento potrà esprimersi in questa maniera:

Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere (omissis), a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato. (1)

Se è quindi vero che a livello pratico sia complesso intervenire in questo tipo di questioni, non bisogna però dimenticarsi del paradosso della tolleranza e delle sue potenzialmente gravi conseguenze. Permettere infatti di poter dire qualsiasi cosa, anche in barba ai principi costituzionali, semplicemente perché lo si fa in maniera pacata significa rompere le regole del gioco su cui si basa la Democrazia e lo Stato di Diritto. Non può che quindi sorgere la domanda: chi è in grado prevedere e gestire le conseguenze di quanto il patto sociale comincia ad incrinarsi?

 

Il Cercatore di Senso

 

(1) Benito Mussolini, discorso alla camera dei deputati il 3 gennaio 1925

sabato 1 novembre 2025

Verità vs Opinione: la sfida continua

Sotto un certo punto di vista, la società odierna è simile a quella del tempo in cui viveva Socrate. È infatti evidente lo strapotere della Doxa, ossia l’opinione, nei confronti dell’Episteme, alias la scienza.

Non ho intenzione di fare ora una disamina di questi concetti, limitandomi ad invitare un approfondimento in autonomia (è da più di 2000 anni che la filosofia vive di questi discorsi). Varrebbe sicuramente la pena di domandarsi come definire la scienza al giorno d’oggi, considerando che ai tempi in cui scriveva Platone la verità oggettiva e indiscutibile era considerata l’obiettivo massimo della filosofia. Al contrario, la moderna scienza sperimentale si poggia sul principio di falsificabilità, ossia su verità che si espongono alla possibilità di venire smentite da esperimenti od osservazioni che potrebbero dimostrarle false. Questo è necessario per distinguere le teorie controllabili da quelle non controllabili, come la metafisica.

Dopo questa premessa e venendo a discorsi più concreti, nella maggior parte dei dibattici pubblici di oggi (dai talk show alle discussioni sui social media) più che prevalere il metodo razionale, si ha quello che chiamerei “fazionismo” ossia la volontà di avere l’ultima parola a tutti i costi, andandosi costantemente ad identificarsi con una squadra o una fazione. Questo è vero parlando di praticamente qualsiasi argomento: da quelli più futili fino ad arrivare alla politica e la religione. La prova più convincente di questo fenomeno è che i fatti sono posti sullo stesso piano delle speculazioni su di essi. Per avere sempre la meglio è quindi sufficiente limitarsi a trovare l’interpretazione che più piace: è ininfluente se poggi su basi razionali o se sia chiaramente falsata da bias o da più semplice malafede.

Arrivati a questo punto potrebbe sorgere lo sconforto per chiunque cerchi la verità con passione, metodo e onestà intellettuale ma non tutto è perduto. Seppur non esista una via semplice per invertire o arginare questa tendenza, è possibile tenere a mente la debolezza intrinseca al sofismo stesso: l’incoerenza. Questa è infatti la differenza netta tra chi cerca la verità a partire da un’onesta indagine razionale e chi invece usa l’intelligenza per rafforzare le proprie idee preconcette.


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Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

 

Infatti, chi ha compreso e utilizza la ragione in maniera onesta, arrivando alla verità che ne consegue, qualunque essa sia, manterrà la coerenza argomentativa. Questo significa che sarà attento a non cadere nelle fallacie logiche e di conseguenza approccerà ogni questione con il medesimo sguardo, senza applicare pesi e misure diverse in base al fatto che convenga o meno.

Al contrario, l’apologeta (chi difende a spada tratta la propria convinzione) o il sofista che dir si voglia per cercare di rendere forte il discorso debole cercherà tutti gli appigli possibili, sfruttando senza particolari remore la retorica pur di arrivare dove desidera. Questo modo di agire, seppure nel breve termine possa essere vincente dato il suo potere persuasivo, a lungo andare non può che tradirsi da solo, disseminando qua e là prove dell’utilizzo di due pesi e due misure. Infatti, è una conseguenza inevitabile del volerla aver vinta a tutti i costi. Per esempio, in un caso il sofista potrebbe ricorrere all’attacco personale così da screditare la controparte, mentre in un altro potrebbe difendersi da chi fa lo stesso con lui adducendo che prenderserla con la persona invece che con l’argomento (fallacia ad hominem) non sia un modo corretto di argomentare. Ecco quindi che si palesa l’inconsistenza e la malafede.

Purtroppo, in molti casi non è sufficiente far notare questi passi falsi commessi dal sofista perché la verità abbia la meglio. Infatti, in una società in cui impera l’opinione è alta la probabilità di venire sommersi da una montagna di merda intellettuale (fallacia Gish gallop) che può far desistere da ulteriori controargomentazioni. In poche parole, puoi anche essere nel giusto ma se l’interlocutore è una massa di scimpanzè che rispondono a versi ai tuoi argomenti è difficile che la tua voce possa essere recepita in una maniera positiva.

In ogni caso non bisogna mai demordere, perché allenarsi nel riconoscimento delle fallacie logiche è comunque il metodo migliorare per avere la coscienza intellettuale pulita.

 

Il Cercatore di Senso

lunedì 15 settembre 2025

Per Opere, non per Fede. Considerazioni contro la dottrina escatologica Cattolica e Protestante

La riflessione che segue è la lettera (e-mail ad essere precisi) che ho personalmente inviato a diversi istituti teologici e monasteri Cristiani con l'obiettivo di costruire un dialogo basato sulla Ragione, potenzialmente interessante per entrambe le parti.

Premessa: non sono un teologo, né prete, né diacono, né rappresentante di alcuna confessione religiosa, politica, etc. Scrivo semplicemente per interesse e ricerca personale. Essendo che viviamo in uno Stato laico e democratico mi piacerebbe avere un semplice confronto o un punto di vista sulla riflessione che scrivo di seguito ma chiedo di evitare di rispondermi facendo semplicemente appello al principio di autorità, per esempio:

“l’ha detto la Chiesa”

“l’ha detto il Papa”

“l’ha detto il Teologo”

Ovviamente non sto dicendo che non si possa citare un’affermazione detta da un Papa o da un teologo, semplicemente che non la si usi come argomento logico. In altre parole: non è vero solo perché lo dice il Papa ma magari il Papa ha detto qualcosa di interessante in merito e che quindi vale la pena di essere riportato.

Chiedo anche di evitare i cortocircuiti logici del tipo “è vero perché lo dice la Bibbia”. Anche in questo caso, non chiedo ovviamente di non citare la Bibbia, ma di non usarla come argomento per determinare se un ragionamento è valido o no. Io nella mia riflessione cito la Bibbia ma non la uso come criterio assoluto di verità. Pertanto, è inutile rispondermi con considerazioni del tipo “la Fede permette di oltrepassare la Ragione”, “Mistero della Fede”, etc. Il motivo per cui chiedo di evitare questo tipo di ragionamenti è che li conosco e so benissimo che possono essere sempre utilizzati per chiudere qualunque dibattito ma come detto, l’obiettivo è proprio una riflessione libera e che non deve per forza portare ad una conversione o ad un’affermazione assoluta di verità. È pertanto ammesso dire “non so”, “non ci ho mai ragionato”, “mah, potrebbe essere ma io credo alla Chiesa/Bibbia, etc.”. Ripeto: il mio obiettivo non è né convertire né de-convertire. Prendetemi semplicemente come un alieno  che appena arrivato sulla terra legge la Bibbia e si fa delle domande.

Dal punto di vista biblico mi baso soprattutto su queste quattro parabole:

·       Parabola del servo fedele;

·       Parabola dei talenti;

·       Parabola dell’offerta della vedova;

·       “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me..”.

 

Matteo 24,42-51

42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.

45 Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? 46 Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! 47 In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. 48 Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, 49 e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, 50 arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, 51 lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.

 

Luca 12,35-48

35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

 

Matteo 25:14-30

14 «Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. 16 Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. 17 Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. 18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ho guadagnato altri cinque talenti". 21 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". 22 Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ho guadagnato altri due talenti". 23 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". 24 Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". 26 Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. 29 Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. 30 E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì ci sarà pianto e stridor di denti".

 

Marco 12,38-44

38 Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».

41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. 43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

Matteo 25,31-46

31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

È evidente che di temi qui se ne potrebbero sollevare tanti ma in realtà ciò che mi chiedo è molto semplice: perché la Chiesa Cattolica e Lutero si sono scontrati nel determinare se la salvezza sia nella sola Fede (Sola Fide) o nella Fede più le Opere? Da bambino e poi da adolescente, senza sapere nulla di teologia, credevo invece intuitivamente in una terzia via, ossia che ci si salvi solo (o principalmente) grazie alle opere.

Chiariamo subito un aspetto, evidentemente non voglio dire che sia da premiare chi fa il bene solo per paura della pena eterna o specularmente solo per il premio eterno. Non sto nemmeno a commentare chi si pavoneggia di fare del bene senza nemmeno farlo in realtà oppure facendolo solo per secondi fini (gli Scribi per intenderci). Mi riferisco al semplice fare del bene perché si sa (o si sente, e qui potremmo aprire il dibattito filosofico) che è la cosa giusta da fare. Ci si comporta quindi in conformità ai propri valori, i quali si ritiene possano darci un senso nel mondo.

Una seconda importante controargomentazione potrebbe essere quella del teologo che obietta che non è possibile aderire ai valori cristiani (o ad alcuni di essi) senza credere, perché altrimenti ci sarebbe incoerenza. Questo può essere parzialmente vero ma la Chiesa sbaglia clamorosamente se pensa di poter avere l’esclusiva sui principi etici. Infatti, chi si sente attratto dagli insegnamenti di Gesù, spesso trova illuminanti le sue massime più celebri. Questo avviene perché l’idea sottostante è già lì presente e quindi si apprezza Gesù perché parla in una maniera che ci risuona bene. Se non avessimo alcun valor etico, allora dovremmo prima credere che Gesù è Dio e in quanto Dio può decidere ciò che è bene e ciò che è male e di conseguenza noi aderiremmo ai suoi principi morali[1] non perché li riterremmo giusti, bensì semplicemente perché faremmo ciò che il grande capo ci dice di fare. Capisco che questa questione sia complessa e non si esaurisca in queste poche righe, ma negare la considerazione di base che la dottrina venga dopo l’aspetto emotivo e la fede impulsiva pare davvero indifendibile, anche solo su una base biblica. Nei testi sacri, sono infatti riportati molti racconti in cui persone comuni si convertono perché “rapiti” dalla Fede o comunque perché affascinati dalla figura di Gesù. Non è infatti comune trovare passi biblici che testimoniano riflessioni intellettuali o addirittura filosofiche che portano a riconoscere la giustezza di Gesù.

Continuando con la mia tesi della prevalenza delle Opere sulla Fede, penso sia opportuno notare che in fondo ai bambini si insegna qualcosa di simile, del tipo: “il paradiso è per chi vuole bene agli altri e fa delle buone azioni”. Vero che si dice anche che “bisogna voler bene a Gesù” ma dubito che un prete si azzardi nel proseguire affermando che “bambino, se non credi in Gesù, nella Chiesa e nei suoi dogmi andrai all’inferno”. Allora, perché crescendo e diventando adulti la questione cambia così tanto?

Leggendo in maniera semplice e diretta le parabole sopra citate (d’altronde sono metafore per l’appunto, quindi una lettura trasparente e alla portata di tutti è un approccio più che ragionevole) possiamo trarre le seguenti conclusioni:

L’importante nella vita è ciò che facciamo con sincerità: le parole vuote e l’ostentazione vanagloriosa ed egoistica non contano.

Bisogna fare rispetto alle proprie capacità: la parabola dell’offerta e dei talenti sono particolarmente chiare in questo: non è più buono chi fa di più in termini assoluti ma chi si spende o si sacrifica per gli altri. La vedova infatti dà un solo nichelino che però rappresenta tutto per lei.

L’importante sono le buone azioni concrete e non il credere come sforzo intellettuale: questo è il punto della questione per me: porre il credere in Dio come spartiacque per il paradiso è una dottrina inutilmente estrema, perché provoca a cascata tutta la serie di interminabili discussioni e opinioni per cui uno si può definire credente o meno, Cattolico o Protestante e che però non portano al vero punto del discorso. Infatti, guardando alle parabole sopra citate, Gesù non punta il dito contro quei servi che non sono certi se il padrone prima o poi passerà o se sì, quando lo farà, bensì si scaglia contro chi non ha fatto la volontà del padrone. In altre parole, il focus non è in alcun modo sulle previsioni o sulle supposizioni fatte dai servi ma sulle loro azioni concrete, che fuor di metafora potrebbe essere un pragmatico “come hai vissuto la tua vita?”.

Affermare questo è anche particolarmente coerente con la fondamentale dottrina cristiana[2] del libero arbitrio. Se infatti può essere ragionevole affermare, seppur un po’ semplicisticamente, che chi ha scelto di vivere una vita egoistica perseguendo il male non abbia diritto al paradiso, lo è molto meno sostenere che un Protestante non ne sia degno semplicemente perché crede a dogmi o concezioni diverse riguardo a Dio. Difatti, in quest’ultimo caso risulta quasi sempre necessario citare i passi della Bibbia in cui lo si sosterrebbe. Si citano le Sacre Scritture proprio per dare valore ad un’affermazione che se fosse basata sulla pura ragione parrebbe molto discutibile e difficile da difendere.

A tal proposito, è opportuno notare che in Luca 12-46, Gesù parla di Infedeli ma non nel senso religioso del termine, bensì rispetto alla figura del padrone. Ossia, è infedele quel servo che si è comportato male nonostante il padrone gli avesse dato fiducia: il servo, invece che fare il suo dovere, ha pensato di poter gozzovigliare alle spese del padrone, approfittando del “non sentire il fiato sul collo”.

Arrivati a questo punto, so bene che l’apologeta che vuole smentire la mia tesi può imitarsi a citare Giovanni 20:24-29 “beati quelli che crederanno senza aver visto” per affermare con forza che la Fede nella resurrezione sia necessaria per essere salvati[3] ma ciò non mi basta per convincermi razionalmente della sensatezza di questa dottrina. Mi chiedo poi che merito ci sia nel fedele che magari non è convinto di questo ma che per paura crede nonostante tutto.

Chiudo con la celebre frase del cardinal Martini: “Credenti o non credenti, l’importante è che siate pensanti”.


Il Cercatore di Senso


[1] In questa riflessione, uso i termini morale ed etica come perfetti sinonimi.

[2] So che non tutte le confessioni lo credono, ad esempio i Calvinisti, ma qui lo manterrò come fondamento.

[3] Anche se varrebbe la pena far notare che è una massima contenuta nel solo Vangelo di Giovanni, il quale è il più tardo e differente dagli altri, anche a causa del suo carattere gnostico che guarda caso pone tantissimo l’attenzione sulla Verità e sui discorsi dottrinali.

giovedì 11 settembre 2025

Sull'Omicidio di Charlie Kirk, alleato di Trump e influencer MAGA

Il 10/09/2025 viene assassinato il 31enne Charlie Kirk: alleato di Trump, influencer MAGA. 

Alcune libere considerazioni:

  • è eticamente sbagliato. Non si fa democrazia sparando agli avversari politici.
  • è politicamente sbagliato. Uccidere gli avversari crea martiri più pericolosi da morti che da vivi MA:
  • è ipocrita lamentarsi di un pazzo con un fucile in un campus universitario quando da sempre sostieni il II emendamento.
  • è stupido lamentarsi dell'escalation di violenza se da anni sei il primo a fomentare lo scontro.

Trump accusa i democratici per l'omicidio ed ecco il paradosso della tolleranza: in una società tollerante si deve essere tolleranti verso gli intolleranti

La destra estremista ci gioca come se fosse l'asso nella manica: dice quello che vuole, fomenta odio ma senza sparare un colpo. Così quando lo faranno gli altri saranno loro i fascisti. 

Chi ragiona così però non è un pacifista ma solo un paziente stratega.


Il Cercatore di Senso