Tema da un lato antico come la religione stessa e dall'altro nuovo dato che fino a qualche secolo fa non era nemmeno considerato un problema teologico, almeno in occidente. Eppure, è per me uno dei più evidenti argomenti contro il Cristianesimo e in generale contro un Dio buono e onnipotente.
La domanda è estremamente semplice:
perché gli animali dovrebbero soffrire in un mondo teologicamente antropocentrico?
Prima di procedere è però necessario chiarire un fattore comune a Cristianesimo, Ebraismo e Islam (salvo correnti minoritarie che potrei non conoscere):
gli animali non sono contemplati nel percorso di salvezza.
A volte gli animali sono considerati dalla teologia ma sempre in maniera accessoria, mai al pari dell'umanità.
A questo punto, un seguace di queste religioni potrebbe obiettare "ci mancherebbe altro! un animale non è uguale all'uomo, non è cosciente". Un filosofo potrebbe pure rincarare la dose "c'è una differenza ontologica (incolmabile) tra l'animale e l'uomo".
Questa potrebbe sembrare la risposta decisiva e invece, più che risolvere, apre la porta ad ulteriori domande:
- Se gli animali non hanno coscienza, perché metterli al mondo dato che l'essere coscienti è un pre-requisito per poter avere un dialogo con Dio e poter essere contemplati dal percorso di salvezza religioso?
- Un conto è non avere coscienza, un altro è non provare dolore psico-fisico. Posto che molti tipi di animali sono capaci di provare dolore (per quanto alcuni tentino ancora di negarlo), perché Dio avrebbe dovuto crearli o comunque, perché avrebbe dovuto permettere che provassero dolore?
- Perché gli animali si devono mangiare tra di loro per vivere? Ovviamente non mi riferisco all'esigenza evolutiva e alla biologia ma al perché teleologico. In altre parole, qual è il fine spirituale di un mondo in cui per vivere ci si debba mangiare a vicenda?
- Collegata alla domanda precedente, perché il mangiarsi a vicenda necessario per sopravvivere deve prevedere anche la violenza? Infatti, un conto è morire (smettere di esistere), un altro è morire provando dolore, un altro ancora è morire provando dolore causato da un altro essere vivente. P.s. Queste sono domande tendenzialmente scomode perché ci fanno riflettere su questioni che ormai diamo per assodate come le più naturali possibili ma dal momento che si presuppone un Dio creatore, buono e onnipotente è inevitabile ragionare compiendo un passo indietro e non considerare nulla come ovvio.
- Non è che forse la religione mostra un limite che troppo spesso viene sottovalutato, ossia un antropocentrismo estremo che semplicemente si dimentica di un mondo naturale molto più vasto delle società umane?
Nel mio percorso spirituale mi sono confrontato con diversi credenti che hanno provato a condividere i loro timidi tentativi di rispondere a queste domande (timidi perché per secoli la teologia se n'è raramente occupata). Provo a riepilogarli di seguito, facendoli seguire dalle mie contro-argomentazioni:
- All'inizio della Bibbia (Genesi), gli animali erano in perfetta comunione con l'umanità e non era nemmeno necessario che si dovessero mangiare a vicenda. A causa del peccato originale e della conseguente caduta dell'umanità dal paradiso terrestre, la morte ha cominciato a far parte del mondo. Risposta: posto che ovviamente uno creda a questa storia, perché mai gli animali avrebbero dovuto pagare per le colpe umane? In effetti, nell'antico testamento, Dio punisce spesso i figli per le colpe dei padri, il che colloca questa spiegazione all'interno della tradizione ma non la giustifica di certo. Inoltre, come accennato in precedenza, un conto è poter morire, ossia che la vita possa avere una fine, un altro è che per vivere si debba uccidere (alcuni animali strettamente carnivori sono obbligati a farlo). Quindi, se per Dio, la morte era inevitabile per il percorso di salvezza, perché ha però dovuto prevedere anche la violenza, almeno quella necessaria per mangiare e quindi continuare a vivere?
- Gli animali sono creature comunque volute e amate da Dio ed è compito dell'uomo prendersene cura e rispettarli, operando come 'Custodi del Creato' (espressione che ho conosciuto tramite Papa Francesco e il monastero di Bose). Risposta: questa visione può essere poetica e ammetto che personalmente la interpreto anche come un valido scopo per vivere (da ateo). Trovo infatti estremamente edificante l'idea di dedicare la vita a rendere un posto migliore anche per gli animali, considerando che inoltre l'uomo può anche trarre gioia da essi (lo sa chiunque viva con gatti, cani, ecc.). Purtroppo però non è una spiegazione che permette di giustificare il dolore animale dal punto di vista teologico. Il fatto che vivere assieme agli animali e prendersene cura possa essere una della attività migliori a cui si può dedicare una persona, non fornisce però alcun motivo per cui Dio avrebbe dovuto prevedere la sofferenza di una gazzella uccisa da un leone o lo stesso leone che muore di fame per mancanza di prede. Inoltre, per quanto si possano amare gli animali, è inevitabile dover fare delle scelte 'speciste'. Questo capita infatti ogni volta che si decide di comprare del cibo in scatola per un gatto, cibo che evidentemente sarà stato prodotto uccidendo degli animali (industrialmente, il che è un aggravante). Si torna sempre lì, posto che l'uomo possa non essere perfetto e debba cercare di migliorarsi, perché, pur volendo fare del bene, si trova di fatto a compiere inevitabilmente del male uccidendo o permettendo l'uccisione di esseri viventi per poterli dare in pasto ad altri considerati implicitamente più meritevoli delle nostre attenzioni (basti pensare ai gatti e ai topi, i primi li amiamo i secondo li derattizziamo)?
- Gli animali servono come prova etica per l'uomo: chi li maltratta verrà punito da Dio e chi se ne prende cura verrà premiato. Risposta: posto che se esistesse, ci terrei a vedere Dio che punisce malamente chi maltratta gli animali, questo argomento ricade nei primi due punti precedenti. Da un lato il fatto che prendersi cura degli animali sia un bene non spiega perché Dio li faccia soffrire, specialmente per ragioni non causate dall'uomo. Dall'altro, si tratta di questa concezione ricorrente per cui si reputa che Dio sia nel giusto quando decide di creare un essere solo come strumento per una sua volontà. Questo è un tema ampio che sicuramente va affrontato a sé stante, ma rimane il problema che per testare se una persona sia buona o meno, Dio permette che delle sue creature vengano maltrattate (senza considerare, ripeto, quegli animali che soffrono indipendentemente da ciò che fanno gli uomini).
- Gli animali non soffrono veramente, è solo apparenza. Risposta: sì, ho davvero sentito qualcuno dire una cosa del genere. Anche volendo dividere il dolore nelle sue componenti fisiche e psicologiche, è comunque indubbio che molti animali provano dolore fisico e molti (magari meno dei primi) possono anche soffrire psicologicamente. Senza scomodare chissà quali studi, basta convivere con un animale per rendersene conto. Il fatto che poi l'animale non possa concepire il dolore alla stessa maniera umana (posto che sono speculazioni dato che nessuno può dire con certezza cosa significhi vivere nella mente di un gatto o un cane) non comporta certo che il dolore sia nullo. Per finire, se anche fosse vero che gli animali non soffrono davvero, rimane comunque l'aspetto esteriore che per noi umani è evidentemente doloroso e violento: un leone che uccide una gazzella la sgozza, il sangue sgorga, ci sono gemiti e spasmi. E' quindi uno spettacolo orribile da vedere (per quanto possa essere istruttivo da alcuni punti di vista) e se anche fosse solo finzione, non si spiega perché Dio voglia mostrarci uno spettacolo così raccapricciante.
Concludendo, la mia tesi è semplice: per troppo tempo la teologia si è disinteressata di questi temi (anche perché la società dell'epoca non li sentiva come pregnanti) e ora che sono passati secoli di apologetica, il fatto che la sensibilità verso gli animali stia riaffiorando in tutto il mondo mette in luce l'argomento anti-religioso forse più sottovalutato della storia e la religione mostra inevitabilmente tutte i suoi limiti nel rispondere compiutamente.
Shalom (si fa per dire)
Il Cercatore di Senso
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