giovedì 11 settembre 2025

Sull'Omicidio di Charlie Kirk, alleato di Trump e influencer MAGA

Il 10/09/2025 viene assassinato il 31enne Charlie Kirk: alleato di Trump, influencer MAGA. 

Alcune libere considerazioni:

  • è eticamente sbagliato. Non si fa democrazia sparando agli avversari politici.
  • è politicamente sbagliato. Uccidere gli avversari crea martiri più pericolosi da morti che da vivi MA:
  • è ipocrita lamentarsi di un pazzo con un fucile in un campus universitario quando da sempre sostieni il II emendamento.
  • è stupido lamentarsi dell'escalation di violenza se da anni sei il primo a fomentare lo scontro.

Trump accusa i democratici per l'omicidio ed ecco il paradosso della tolleranza: in una società tollerante si deve essere tolleranti verso gli intolleranti

La destra estremista ci gioca come se fosse l'asso nella manica: dice quello che vuole, fomenta odio ma senza sparare un colpo. Così quando lo faranno gli altri saranno loro i fascisti. 

Chi ragiona così però non è un pacifista ma solo un paziente stratega.


Il Cercatore di Senso

lunedì 14 ottobre 2024

Il Principio dei Desideri

 "Ciò che si è chiamato corpo e carne conta infinitamente di più, il resto è un piccolo accessorio. Il compito di continuare a filare l'intero tessuto della vita e in modo che il filo diventi sempre più potente - tale è il compito(1)

Probabilmente molti non si troverebbero d'accordo leggendo questo verso di Nietzsche. In effetti, all'uomo occidentale pare una visione estremamente nichilista quella per cui l'unico senso della vita sia quello della mera sopravvivenza, prima nel proprio corpo e poi tramite i propri figli.

C'è molto di più che vale la pena cercare durante lo snodarsi della propria esistenza: soddisfazioni personali, familiari, professionali nonché il tanto agognato amore. Le persone più spirituali e religiose potrebbero menzionare anche la dimensione metafisica a cui tutti, consciamente o meno, saremmo destinati.

Non proverò a stabilire qui quale sia il senso della vita, né tantomeno quale sia la strada migliore per arrivarci; sarebbe infatti infinitamente impegnativo: non è questione di spazio, tempo, voglia di scrivere o saggezza. Semplicemente non è una verità standardizzabile per tutti tramite una forma testuale.
Al più, si potranno condividere le proprie riflessioni e convinzioni al fine di aiutare o, alla peggio, di convertire il lettore alla propria personale verità.

Ma, non è questo che mi interessa fare con queste poche righe.

Piuttosto, mi piacerebbe puntare il dito su un aspetto troppo spesso dimenticato e sottovalutato dalla maggior parte delle morali a cui noi tutti siamo stati sottoposti da bambini: 

la voglia viscerale di stare al mondo e vivere ancora un altro giorno.

Potrebbe sembra un non-concetto. D'altronde, tranne che i disperati e i depressi, chi non vorrebbe risvegliarsi di nuovo, giorno dopo giorno?
È una verità talmente banale che non viene neppure considerata un vero e proprio desiderio.
Se questo scritto non vuole essere un trattato sul suicidio, ed in effetti non è questo l'intento, che senso ha allora parlare della voglia di vivere? D'altronde anche il nostro corpo parla chiaro:

anche ai disperati batte il cuore.

Non è infatti necessario, né tantomeno possibile, controllare consciamente le funzioni vitali (il battito del cuore, il respirare e così via), segno inequivocabile che anche per la natura, la voglia di vivere è scontata, tanto scontata che la nostra mente non deve nemmeno soffermarvici.

C'è un però,

per la psiche umana, il voler vivere o meno non è soltanto il decidere se svegliarsi anche domattina oppure no, bensì, molto più visceralmente, è ciò che ci spinge a provare gusto e carica per vivere un altro giorno.

È il principio dei desideri

La voglia di vivere è infatti il desiderio fondamentale, ciò che dà vita a tutti i desideri particolari: si ha fame perché si vuole vivere, si vogliono gli amici perché ci si vuole divertire e si vuole fare un lavoro che ci soddisfi perché sappiamo che sarà la nostra quotidianità per molti anni a venire.

Il punto è proprio questo: troppo spesso si tendono a vedere come concetti indipendenti tra loro il sopravvivere, il viver bene e il vivere per uno scopo quando invece, se non vogliamo alienarci e sfibrarci, dovremmo cercare un equilibrio tra di essi.

Da questo punto di vista, sia il santo che che il depravato non se la vivono al meglio: il primo perché si fa guidare solo dal dovere e non dal piacere e il secondo per il motivo opposto. Per entrambi, il pericolo concreto è che si perda quell'intima voglia di svegliarsi un altro giorno per fare qualcosa di nuovo, di interessante e stimolante.

È un concetto simile a quello sotteso agli incentivi e ai premi di produzione: l'obiettivo, individuale o di gruppo che sia, perché sia efficace dev'essere sfidante ma allo stesso tempo raggiungibile: un obiettivo al di là delle nostre capacità è frustrante, uno troppo banale non ci motiva a far di più di quello che faremmo altrimenti. Similmente, percepire che la vita che stiamo vivendo è incommensurabilmente lontana da quella che vorremmo ci potrebbe sconsolare ma anche sentire di aver già raggiunto tutti i propri obiettivi potrebbe provocarci smarrimento.

Seguendo questa logica si arriva alla non scontata conseguenza che non è tanto importante vivere una vita perfetta (ipotizzando che sia possibile) ma viverne una equilibrata.

Pensare però di raggiungere questo equilibrio a livello meramente intellettuale non porterà ad altro che ad uno sforzo vano perché la voglia di vivere è una forza e una sete ancestrale e viscerale, solo parzialmente comprensibile e controllabile dalla ragione. Spesso sono invece gli scossoni e i fulmini della vita che ci portano a trovare nuove visioni e nuovi equilibri. 

"Come cambia improvvisamente il deserto della nostra stanca cultura, quando lo tocca la magia dionisiaca! Un turbine afferra tutto ciò che è spento, marcio, rotto, appassito, lo avvolge roteando in una rossa nube di polvere e come un avvoltoio lo porta in alto" (2)

In questo possiamo forse paradossalmente rassicurarci: se credere che l'avvenire sia guidato da una forza benevola richiede uno sforzo di Fede, cercare di trovare linfa vitale dagli eventi che ci capitano è invece alla portata di tutti noi.


il Cercatore di Senso

(1) Volontà di Potenza,  F. Nietzsche (opera postuma)
(2) La Nascita della tragedia,  F. Nietzsche

domenica 23 giugno 2024

Il Peso Necessario

"La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere(1)


Questa frase, potente e dalle mille sfaccettature, mi offre oggi il seguente insegnamento:

Non assumerti più peso del necessario


Quando si fanno lunghe camminate in montagna si è obbligati a portare con sé solo l'equipaggiamento strettamente necessario, così da evitare di boccheggiare sotto uno zaino troppo pesante.

Perché non dovrebbe valere la stessa regola anche per la vita di tutti i giorni?

Certo, ci si potrebbe anche porre la domanda:

Cos'è necessario?



il Cercatore di Senso

(1) Manuale, Epitteto

martedì 7 marzo 2023

Fede: tra il dionisiaco e l'apollineo

"La mancanza di Fede è sempre il male. [...] Satana in noi è il dubbio, e il dubbio finisce in disperazione. [...] La Fede è il grande esorcismo, e anche la prima virtù." (1)

Al giorno d'oggi non è frequente constatare toni così duri, ma comunque vi sono molti teologi che tutt'ora si impegnano a spiegare quanto sia giusto, importante e soprattutto utile credere indefessamente. Questi si accaniscono infatti nell'esaltare la Fede quale fonte di gioia e forza per la vita di tutti i giorni.

Ammettendo che ciò possa essere vero, non vi è però la prova che la Fede sia riposta in qualcosa di vero. Infatti, qualcosa di utile non è necessariamente anche vero, o meglio, affermare che l'idea di Dio sia utile non implica che un essere divino realmente esista. In fondo, che la religione possa essere utile è affermato serenamente da molti filosofi atei, l'esistenzialista Sartre per fare un esempio.

Quindi, il teologo che si impegna a dimostrare la fondatezza della sua Fede basandosi sul fatto che aiuti a vivere e criticando contestualmente la società moderna perché debole e "costruita sulla sabbia" sta magari operando bene come pastore ma non come pensatore razionale. Infatti, la ragione che usa è di tipo dionisiaco, perché non cerca necessariamente il vero, bensì ciò che è utile alla vita fatta di carne e sangue com'è quella umana. 
In questo caso la Verità è oggetto di quella stessa Fede che ci si impegna a difendere e pertanto non può che perdersi e mischiarsi in essa, rendendo quindi impossibile discernere oggettivamente ciò che richiede la sola ragione da ciò che invece ha bisogno dell'intelletto assieme alla Fede.

Le considerazioni fatte fin qui comportano che l'ateo, mostrando rimostranze in un modello etico che pone la Fede come discrimine per l'accesso alla vita eterna, non ragiona mosso dall'utilità personale, bensì da un principio di giustizia e compassione verso i propri simili. In questo caso, la domanda fondamentale non è "che cosa devo fare per andare in paradiso?" bensì "qual è la legge giusta che metta i buoni in paradiso e i cattivi all'inferno?".
Considerando poi che l'essere giusto è una caratteristica normalmente attribuita a Dio, nel chiedersi se la sua legge sia giusta o meno si sta indirettamente ragionando sul fatto che Dio esista o meno.

La consapevolezza di queste differenze nel ragionare può quindi configurarsi come una delle critiche più basilari alla religione in quanto non si occupa di singoli e specifici assunti di Fede, ma del metodo in generale. I teologi parlano infatti di verità e di sapere ma rivolgendosi sempre e necessariamente ai credenti, poiché aprirsi ad una platea di interlocutori più ampia farebbe venire meno i presupposti minimi per poter accogliere le verità religiose enunciate.

I credenti desiderano infatti la verità non per un puro desiderio di conoscenza ma piuttosto per un senso di inadeguatezza e insufficienza che proverebbero sentendosi in balia delle onde del dubbio. Questo porta spesso a perdersi nelle più comuni fallacie logiche come l'applicare due pesi e due misure; facendosi quindi bastare un argomento a favore della propria religione ma contemporaneamente soprassedendo sui legittimi dubbi e ragionamenti degli atei.

Ciò non vuole per forza essere un attacco ai credenti o alla religione in quanto tale, ma piuttosto un monito per tutti coloro che con leggerezza proclamano che la loro Fede non precluda ma anzi si fondi sulla Ragione, evidentemente ignorando in buona o cattiva fede che la razionalità richiede che si seguano delle regole non interpretabili e/o eludibili a seconda delle circostanze e dei propri interessi personali.


il Cercatore di Senso

(1) Diario intimo, Henri-Frédéric Amiel

martedì 7 febbraio 2023

Jean-Paul Sartre: abbandono, disperazione, angoscia e malafede

Volendo proseguire con l'analisi della posizione filosofica di Jean-Paul Sartre, si arriva a toccare quelle parole da lui stesso definite "un poco magniloquenti" (1), ossia:

angoscia, malafede, abbandono e disperazione

In questo articolo si vorrà quindi seguire il percorso argomentativo con cui Sartre lega questi concetti, ritenuti da lui essenziali per comprendere la visione esistenzialistica dell'uomo.

In l'esistenzialismo è un umanismo Sartre afferma:

"l'esistenzialista dichiara volentieri che l'uomo è angoscia.

Questo significa: l'uomo che assume un impegno ed è consapevole di essere non soltanto colui che sceglie di essere, ma anche un legislatore che sceglie, nello stesso tempo, e per sé e per l'intera umanità, non può sfuggire al sentimento della propria completa e profonda responsabilità." (2)

Questa tesi deriva dalla constatazione che, a detta di Sartre, tutte le scelte umane, da quelle più pubbliche come l'adesione ad un sindacato a quelle più intime come lo sposarsi, abbiano due anime: una più palpabile riguardante direttamente la vita della persona che ha compiuto la decisione ed un'altra che rimane invece di sottofondo comprendendo l'intera rete di relazioni e conseguenze che ogni scelta necessariamente porta con sé.

Per fare un esempio, scegliendo di aderire ad un determinato credo religioso si sta implicitamente intendendo che tutti dovrebbero effettuare la stessa scelta in quanto normalmente i valori di tipo metafisico si ritiene siano validi per l'umanità intera e non solo per una persona in particolare. Da notare che perché questo sia vero non sia necessario che chi ha compiuto questa scelta si prodighi nel cercare di convertire gli altri, bensì è una conseguenza automatica che deriva dall'aver fatto proprio, nell'interiorità della propria coscienza, un credo e una religione piuttosto che un'altra.

Alan Turing, matematico e pioniere dell'informatica, scrisse:

"Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza." (3)

Pur vedendo la questione da un punto di vista prettamente fisico e matematico, il senso di questa frase appare simile alla visione esistenzialista Sartriana. Certo, vi è una differenza sostanziale considerando che Sartre parla di scelte umane, quindi di libertà, mentre Turing perlopiù di principi e fenomeni naturali. Questo però non dovrebbe trarre in inganno perché in questo caso, ciò che conta non è tanto la causa dell'effetto osservato (scelta umana o variabile naturale) bensì la serie di conseguenze, potenziali o effettive, che tale causa porterà con sé.

La situazione descritta da Turing è conosciuto dai più come c.d. effetto farfalla, dal titolo di una conferenza tenuta dal matematico e meteorologo Edward Lorenz:

"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?"(4)

Pur notando l'affinità dei concetti appena esposti, non bisogna dimenticare però la portata che l'affermazione di Sartre vuole avere. Se infatti Turing e Lorenz si concentrano perlopiù sull'aspetto empirico delle conseguenze a lungo termine di eventi naturali, Sartre pone invece la questione su un piano universale, nel quale il centro non è una variabile tra le tante, bensì la Variabile con la V maiuscola, ossia l'uomo e le sue scelte, quindi la volontà e la libertà su cui l'agire umano poggia inevitabilmente.

È quindi possibile comprendere quanto greve sia l'angoscia che Sartre imputa all'umano agire. Se da un lato, libertà significa dignità per l'uomo, dall'altro significa che ogni scelta comporta una sorta di violenza sul mondo intero, perché scegliendo per sé non si può che scegliere anche per tutti.

Ciò porta poi a delineare il concetto di malafede, ossia quella particolare forma di menzogna che Sartre enuncia per distinguerla dalla mera truffa, ossia da quei casi in cui una persona mente deliberatamente ad un'altra con lo scopo di ottenere un vantaggio personale. Malafede è invece quando si mente a sé stessi, quindi quando la coscienza, come in un momento di poca lucidità, riesce ad auto-ingannarsi.

"Certo, molti uomini non sono angosciati, ma noi affermiamo che essi celano a sé stessi la propria angoscia, che la fuggono; certo, molti uomini credono, quando agiscono, di non impegnare che sé stessi e, quando si dice loro: "Ma se tutti facessero così?", alzano le spalle e rispondono: "Non tutti fanno così". Ma, in verità, ci si deve sempre chiedere: che cosa accadrebbe se tutti facessero altrettanto? E non si sfugge a questo pensiero inquietante che con una specie di malafede." (5)

In questo senso, Sartre delinea un concetto di malafede che richiama quello poi sostenuto successivamente da Hannah Arendt nel suo la banalità del male. In questo celebre saggio, si mette in luce come spesso, alla base dei più orrendi crimini commessi dall'umanità, vi sia una serie di piccole scelte compiute senza consapevolezza delle conseguenze che si sono prodotte, piuttosto che un'indole dualisticamente "cattiva".

Ecco che allora, se da un lato scelta significa angoscia, dall'altro significa responsabilità. infatti:

"È questa specie di angoscia che viene messa in luce dall'esistenzialismo; vedremo che si manifesta inoltre come responsabilità diretta di fronte agli altri uomini che coinvolge. Non è una cortina che ci divida dall'azione, ma fa parte dell'azione stessa." (6)

Se la responsabilità può essere considerata la logica conseguenza del libero arbitrio e l'angoscia come intrinseca alla scelta, non è invece così scontato il collegamento con il senso di abbandono che Sartre più volte menziona. Un cristiano, ad esempio, potrebbe essere portato ad associare la responsabilità al progetto che Dio ha per ognuno ma ecco che allora qui interviene l'ateismo di Sartre, che per lui è scontato dopo le riflessioni di Nietzsche:

"E quando si parla di abbandono, espressione cara ad Heidegger, intendiamo soltanto che Dio non esiste e che bisogna trarne le conseguenze fino in fondo." (7)

Questa convinzione porta poi un'ulteriore peso, come se non bastasse, in quanto l'esistenzialismo ateo di Sartre non condivide quell'idea comune allora come ora che Dio sia una mera e inutile reminiscenza di un passato ancestrale. Crede, al contrario, che con l'assenza dell'Essere perfetto e di conseguenza della valenza del primato dell'esistenza sull'essenza, venga meno il fulcro sul quale basare la leva dell'etica e della morale:

"l'esistenzialista al contrario pensa che è molto scomodo che Dio non esista, poiché con Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile. [...] Dostoevskij ha scritto: Se Dio non esiste tutto è permesso. Ecco il punto di partenza dell'esistenzialismo. Effettivamente tutto è lecito se Dio non esiste, e di conseguenza l'uomo è abbandonato perché non trova, né in sé né fuori di sé, possibilità d'ancorarsi. E anzitutto non trova delle scuse. Se davvero l'esistenza precede l'essenza non si potrà mai fornire spiegazioni riferendosi ad una natura umana data e fissata; in altri termini non vi è determinismo: l'uomo è libero, l'uomo è libertà" (8)


Se libertà ha una connotazione normalmente positiva per il senso comune, non lo ha in Sartre, perché questi è consapevole che una libertà senza né guida, né meta e in generale senza fondamento, non può che generare il senso di abbandono prima analizzato e la disperazione che ne consegue:

"Quanto alla disperazione, questa parola ha un senso estremamente semplice. Essa vuol dire che noi ci limiteremo a far assegnamento su ciò che dipende dalla nostra volontà o sull'insieme delle probabilità che rendono la nostra azione possibile." (9)

Ma dato che la volontà viene dopo il mondo e non prima, significa implicitamente che la volontà è determinata totalmente dal singolo uomo a cui appartiene.

Arrivati a questo punto non sembra quindi esserci possibilità di ottimismo o redenzione alcuna, ma non bisogna mai dimenticare ciò a cui Sartre vuole giungere con queste sue riflessioni:

"Un uomo s'impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c'è niente. Evidentemente questa idea può parere dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d'altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che soltanto la realtà vale. [...]" (10)

Sartre non vuole quindi gettare nello sconforto, bensì richiamare alla realtà e alla consapevolezza, tantoché lui stesso respinge le accuse di pessimismo, preferendo definire l'esistenzialismo come "rigore ottimista", quindi un ottimismo esigente perché non concede alcuna scusa all'uomo:

"Così abbiamo risposto, credo, ad alcuni rimproveri riguardanti l'esistenzialismo. Appare chiaro che non lo si può considerare come una filosofia del quietismo, dato che definisce l'uomo in base all'azione, né come una descrizione pessimista dell'uomo: non c'è anzi dottrina più ottimista, perché il destino dell'uomo è nell'uomo stesso; né come un tentativo di scoraggiare l'uomo distogliendo dall'operare, perché l'esistenzialismo gli dice che non si può riporre speranza se non nell'agire e che la sola cosa che consente all'uomo di vivere è l'azione. Di conseguenza, su questo piano, noi abbiamo a che fare con una morale dell'azione e dell'impegno." (11)


il Cercatore di Senso

(1) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 33, Jean-Paul Sartre
(2) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 33-34, Jean-Paul Sartre
(3) Macchine calcolatrici e intelligenza (1950), Alan Turing
(4) Conferenza The Butterfly effect, (1972), Edward Norton Lorenz
(5) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 34, Jean-Paul Sartre
(6) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 38, Jean-Paul Sartre
(7) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 38, Jean-Paul Sartre
(8) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 40-41, Jean-Paul Sartre
(9) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 50-51, Jean-Paul Sartre
(10) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 56-57, Jean-Paul Sartre
(11) L'esistenzialismo è un umanismo (Mursia 1978), pag. 60, Jean-Paul Sartre